Piccolo sole mio

Tema: Lei

E’ notte, ma non riesco a dormire. Questo pagliericcio è duro, e l’afa qui dentro è insopportabile. Guardo fuori dal buco tra le lamiere. Buio. Lei dorme affianco a me, la mia steluta dai capelli color dell’oro. Il suo respiro è lento, regolare. Guardo il suo petto minuscolo e delicato che si alza e si abbassa, in sincronia col battito del cuore. Nei bimbi molto piccoli il sangue scorre più velocemente: l’ho letto in un opuscolo alla fermata dell’autobus, quando sono arrivata qui. Fin da subito la caporalessa ha apprezzato che conoscessi l’italiano così bene: ha detto che i padroni avrebbero gradito. Anche l’altezza è stata un punto a mio favore, nella scelta: sono bassa ed esile come una ragazzina di quattordici anni, praticamente perfetta come bracciante nelle serre di pomodori pachino. Un fattore però è risultato determinante, e mi ha permesso di essere scelta fra le centotrenta ragazze partite insieme a me da Botosani: copilul meu, la mia ragione di vita, la mia bambina. Quando mi avevano detto che avrei potuto portarla con me, non ci volevo credere. Quale padrone può essere talmente generoso da accettare di prendersi cura della prole dei propri lavoranti?
Soarele meu: nata dal mio ventre che ero ancora una bambina, ha riempito la mia esistenza e mi ha spinto fin qui per cercare di garantirle un avvenire diverso. A lei, a entrambe. A ripensarci adesso, mi sento così sciocca ad aver avuto un sogno tanto irrealizzabile. Il pensiero del futuro è diventato una nebulosa della mia mente, la preoccupazione per il presente incombe in ogni momento della giornata: come si può pensare al domani, quando si cerca di sopravvivere?
Lei per fortuna non può capire: è così piccola, e innocente! Le sue esigenze si limitano ai bisogni primari, mangiare, bere, fare pipì; giocare insieme agli altri bambini che popolano l’ammasso di lamiere. A volte, mentre io sono china dentro il tunnel con la cesta da riempire, lei mi segue all’esterno e fa cucù attraverso i buchi per l’aria. Le urlo di tornare indietro, alla baracca, e la sento piagnucolare quando qualcuna delle altre donne che lavorano con me la trascina via e l’affida alle cure di qualche bambina più grande. Là dentro, nel tunnel, fa un caldo terribile, l’acqua finisce presto e la giornata è lunghissima. Quando riemergo da un filare, mi gira la testa, ho le labbra riarse. I fitofarmaci mi fanno lacrimare gli occhi, irritano la pelle. Eppure non posso mollare tutto e tornare a casa, no. Il viaggio è costato caro, e i soldi che ho guadagnato sono ancora troppo pochi. Non si costruisce il futuro con venti euro al giorno. L’altra notte è venuto a trovarci il padrone, con alcuni amici. Mi ha chiesto di tradurre per le mie colleghe di sventura: ci avrebbero offerto da bere se ci fossimo mostrate disponibili. Ci hanno promesso che avrebbero fatto arrivare il tubo dell’acqua d’irrigazione fino al nostro blocco, se saremmo state abbastanza gentili con loro.
Ho riflettuto a lungo sulla parola stupro. Ho un piccolo vocabolario, nascosto in fondo alla valigia che contiene tutti i miei averi, e la sua definizione descrive un atto compiuto con prepotenza, senza il consenso della parte lesa. Ho acconsentito, è vero. Eppure sento di essere stata stuprata, anche se non sono stata capace di oppormi. Anche se non c’è stato bisogno di ricorrere alla violenza, perché io aprissi le gambe alla volontà del padrone. Lei dormiva. Ci hanno permesso di portare i bambini nella baracca affianco. Mi sono sentita tanto sporca, quando se ne sono andati, impura. So che torneranno, e in cambio del mio corpo mi daranno un nuovo vestito per lei, o i pastelli a cera. Magari dieci euro in più, con i quali potrò comprare una gallina che produrrà qualche uovo per nutrire mia figlia. Ho letto che il tuorlo è molto nutriente: anche mia madre me lo faceva mangiare, quando ero piccola. Stamattina ho sentito che, dall’altra parte del campo, una ragazza senegalese si è opposta alle attenzioni degli amici del padrone, e il giorno dopo l’hanno caricata su una macchina e l’hanno portata via. Aveva sedici anni. Non so che fine abbia fatto. Non credo che l’abbiano mandata a casa. Nessuno torna, perché dal momento in cui varchiamo i cancelli di filo spinato dell’azienda, fino a che la raccolta non cessa, apparteniamo al padrone. E a quel punto, semplicemente, si va a raccogliere da un’altra parte. Non voglio invecchiare qui dentro, ma soprattutto non voglio che a lei tocchi la mia stessa sorte. La settimana scorsa una delle ragazze del blocco sud ci ha raccontato che in un campo a nord una donna è morta d’infarto sotto il sole cocente. Quando ci ha sentite, la caporalessa si è molto arrabbiata. Io non voglio morire qui. Quando avremo abbastanza soldi scapperemo. Ora però sono solo tanto stanca, e mancano solo poche ore all’alba. La mia bambina sogna nuvole di zucchero filato e miele. Io veglio su di lei, mentre i miei occhi continuano a vagare nel buio, al di là dei campi, aspettando che il mio piccolo sole sorga di nuovo.

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