Conforto di Maena Delrio

Tema: Lui

La strada è deserta. Solo oscurità e silenzio. Una lunga striscia d’asfalto che si perde all’orizzonte, qualche sparuto albero che allunga la sua ombra inquietante sul terreno rischiarato dalla fioca luce lunare. Alice non è sicura che ci sia stato uno schianto. Non lo ricorda. Eppure tutto le fa temere il contrario. Incastrata tra le lamiere, riesce a intravedere una sottile striscia di cielo, nel buio denso dell’abitacolo contorto. Un filo di fumo avanza timidamente verso l’alto. Dalla posizione in cui si trova, non riesce a vedere il mezzo contro il quale probabilmente è andata a sbattere, ma dalla calma apparente che percepisce all’esterno, è quasi sicura che ci siano vittime.
«C’è nessuno?». La voce esce dolorosamente dal petto, ogni piccolo movimento le causa un dolore martellante a livello delle costole. Ripercorre mentalmente la situazione: sono le tre del mattino, e quella strada è poco trafficata anche durante il giorno, quindi i soccorsi non arriveranno così velocemente; il busto le duole, è certa che sia un trauma toracico, l’urto l’ha fatta sbattere violentemente contro il volante. Prova a muovere le dita dei piedi, ma non è certa di poterci riuscire. Ha la percezione di qualcosa di caldo, bagnato, tra i vestiti e la stoffa acrilica del sedile: forse se l’è fatta addosso; prega in silenzio che non sia il suo sangue che abbandona lentamente il corpo. Sa che potrebbe non sopravvivere alla notte, ma non può parlare perché acuirebbe i dolori, e in fondo a cosa servirebbe? Nessuno può sentirla. Chiude gli occhi.
«Tutto a posto, qui?»
Nel momento esatto in cui Alice sta perdendo conoscenza, una voce la fa trasalire.
«Chi sei? Aiuto… non riesco a muovermi, sono bloccata qui dentro!».
Il volto della ragazza è una smorfia di dolore.
«Tranquilla, ci sono qui io adesso, devi stare sveglia»
«Chi sei? Guidavi l’altra macchina… Ci sono altri feriti?»
La voce è calda, rassicurante. Dalla sua posizione, Alice non riesce a vedere da chi provenga, ma il solo fatto di sapere che non è sola la rincuora.
«Stai calma, i soccorsi non tarderanno ad arrivare. Non devi agitarti.»
«Come ti chiami?»
E’ una domanda buffa: a un passo dalla morte, le presentazioni non sono certo indispensabili.
«…Ivan, mi chiamo Ivan.»
« Ciao Ivan. Che coincidenza, avevo un fratello che si chiamava come te. »
Alice non sa perché lo ha detto. Forse vuole soltanto un istante di normalità. Vuole far finta di essere seduta in un bar in centro a parlare del più e del meno col vicino di tavolo. Nella situazione in cui versa, ogni informazione che non riguardi la sua salute le sembra superflua.
Ad un tratto,le viene in mente che potrebbe aver provocato lei stessa l’incidente. Un colpo di sonno.
«Ivan, puoi spiegarmi cosa è successo? Se sono stata io, non preoccuparti, la mia assicurazione ripagherà fino all’ultimo centesimo… io… io…». Singhiozza, ma a ogni sussulto le fitte le tolgono il respiro, le sente percorrere ogni fibra nervosa, trapanarle il cervello. Le palpebre si fanno pesanti.
«Scricciolo, ora devi stare davvero calma. Sento le sirene dell’ambulanza, saranno qui a momenti. Solo tu rimani con me, non chiudere gli occhi.»
« Anche mio fratello mi chiamava sempre scricciolo, prima di andare a dormire, mentre spegneva la luce. Avevo paura del buio, sai? Ma con lui mi sentivo al sicuro»
Ivan tace, ma Alice ha la netta sensazione che dall’altra parte delle lamiere, lo sconosciuto stia sorridendo. Poi le sente anche lei, le sirene. I bagliori blu del lampeggiante dell’ambulanza che riflettono coni di luce sulla volta color pece del cielo.
Voci convulse, grida, comandi impartiti e urlati. Nel giro di pochi secondi il silenzio immobile della piana è spezzato dal rumore dei seghetti che stridono sul metallo. Mani sconosciute la afferrano, la portano fuori. Nella frenesia, riesce a scorgere la sagoma dell’altra macchina a lato della strada. Mentre viene issata sulla barella, ha la forza di chiedere: « E lui? Dov’è Ivan?».
«Signora, non c’è nessuno qui che possa essere salvato.»
« Non è possibile! Era qui con me, mi ha tenuto compagnia…forse ha bisogno di aiuto…».
«Mi spiace, signora, glielo ripeto,nessuno è rimasto in vita. Ora stia calma, la portiamo al sicuro»
Mentre la caricano sull’ambulanza, la ragazza cattura con la coda dell’occhio un’immagine sfuocata, un viso sorridente, una mano che la saluta. Alza due dita, in segno di vittoria, le pare di sentire «…arrivederci, scricciolo.»
Mentre viene trasportata in ospedale, Alice si abbandona al sonno. Sa che non è giunta la sua ora. E che, come quando era piccola, un angelo personale veglierà sui suoi sogni.

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