Il chiodo

All’uscita della scuola i bambini in attesa dei genitori riempivano di voci allegre la piazzetta del mio paese.
Scesi dalla bicicletta per evitare di investirne qualcuno e mi incamminai a piedi tra di loro sfiorando i loro zaini colorati.
“Che maschera metti a Carnevale?”, si chiedevano a vicenda.
Tra le varie risposte ne sentii una che mi colpì.
“Io volevo vestirmi da cowboy, il costume ce l’ho, ma la mamma mi ha fatto un cappello di cartone.”
Era amareggiato e gli amici ridevano a crepapelle.
Mi venne spontaneo dirgli che avevo io quello che gli serviva e che glielo avrei dato volentieri.
Venne a prenderlo la madre la mattina dopo.
Quel cappello marrone di cuoio appeso alla parete, era stato per anni un elemento decorativo e un ricordo.
Un bravo artigiano l’aveva fatto a mano con maestria e passione e mentre lo guardavo lavorare, a quella fiera di tanti anni fa, l’odore della pelle e la pregevole fattura, mi avevano spinta ad acquistarlo.
Ora c’è un chiodo d’ottone che brilla solitario.
E’ nudo come la bianca parete che lo ospita.
Non più nascosto da quel cappello di cuoio, crea intorno un’atmosfera di abbandono e solitudine.
E’ lo specchio della mia anima inquieta che il sorriso di un ragazzino maschererà con la sua gioia.

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