Un caldo ricordo di Stella Castolo

Tema: Caldo

Spiagge bianche e immense, barriere coralline nell’oceano azzurro, miriade di stelle che illuminano le notti. Zanzibar, il posto ideale per un viaggio di nozze. Io e mio marito avevamo scelto quella meta e mai e poi mai avrei pensato che l’esperienza in quel mondo meraviglioso, avrebbe cambiato la mia vita. Già dal primo giorno approfittammo subito di un meritato relax sulla spiaggia, sdraiati su lettini azzurri, che facevano pendant con il colore del mare. Mi sdraiai e con un grande sospiro, tutti i miei pensieri della vita frenetica della città scomparvero in un baleno. C’erano circa 40° ma il caldo era così secco che si riusciva tranquillamente a prendere la tintarella, anche per ore intere. Con gli occhi chiusi mi lasciai cullare dal suono delle onde del mare, dall’eco di qualche voce lontana, ma sopratutto mi feci abbracciare dal sole. Essendo freddolosa per natura, il calore dei raggi sulla mia pelle provocarono una sensazione piacevolissima; ogni centimetro del mio corpo sembrava avvolto da un tepore magico, come a volermi proteggere da tutto il resto del mondo. Mi alzai per sistemare l’asciugamano affondando i piedi nella finissima sabbia. Una sensazione mai provata. Come fosse farina caldissima, si plasmava in ogni piccola curva sotto il mio piede. Incominciai a sgranchirmi le dita muovendole su e giù, sollevando i granelli che ricadevano sulla pelle, creando tanti punti caldi, piccoli ma intensi. L’ebbrezza di quel massaggio aveva la capacità di rilassare tutti i miei nervi. Non volevo più stendermi e porre fine a quel momento, così mi sedetti e rimasi con i piedi nella sabbia. Fui distolta poco dopo dalla voce di mio marito, che, vicino ad altri turisti, mi chiamava dalla riva, attratto anche lui come tutti gli altri da qualcosa. Mi alzai e camminando con fare pesante, come a voler continuare il mio caldo massaggio, gli andai incontro. Quello che vidi mi lasciò sconcertata. Bambini, abitanti del posto, correvano scalzi, con indumenti strappati e sudici; potevano avere dai tre agli otto anni. Felici, si facevano abbracciare da tutti, dimenandosi per riuscire a conquistarsi una semplice penna o un quaderno. Sorrisi a stento, ma fu un sorriso molto tirato. Tornai sul mio lettino e non fu più la sabbia ad essere calda, ma le lacrime sul mio viso. Dov’ero finita? Pensavo di aver scelto un posto da sogno e non invece un luogo da incubo, dove potevo toccare con mano la povertà della gente. In tv avevo sempre evitato di guardare scene di bambini di colore, con lo sguardo bisognoso di cibo, di cure, di amore. Avevo sempre voltato lo sguardo, sopratutto a tavola, perchè il mio stomaco ogni volta si chiudeva. Quella brutta realtà che avevo sempre rifiutato di vedere, ora era lì, proprio davanti ai miei occhi. Subito fui spinta dal desiderio di ritornare a casa, ma quando mio marito ritornò entusiasta da quel momento di vita con quei bambini, non gli dissi nulla. La mattina seguente ci fu l’escursione nel villaggio degli isolani. Visitammo alcune delle loro case e la scuola. Quando il preside suonò la campanella, battendo un pezzo di ferro arrugginito ad un altro appeso ad un albero, tanti bambini uscirono urlando di gioia per la mattinata scolastica volta al termine. Alcuni di loro ci seguirono per la passeggiata, abituati ad essere presi per mano da noi turisti. Ma non da tutti. Io avevo la presa delle mie mani alla borsa, come se ne avessi bisogno per portare un macigno. Un bambino di circa sei anni mi camminava di fianco, mano nella mano al capo animatore, che, accorgendosi del mio essere restio, si rivolse al bambino: “Lei è una nostra amica”. Il piccolo, come se avesse capito di assumere subito un atteggiamento corretto nei miei confronti, mi guardò titubante e con un sorriso mi tese la sua mano. Con le spalle al muro, in trappola, mi feci piccola piccola per la vergogna, e di forza gli porsi la mia.

Ora a distanza di anni, quando appaiono in tv tutti quei bambini, riesco a guardare tranquillamente quelle immagini e la mia mente con un dolce sorriso ritorna lì, a quel meraviglioso momento, quando una pezzo di ghiaccio dentro me è stato sciolto dalla calda manina di quel bambino, che mi ha stretto quasi a voler sigillare quel contatto e a volermi dire: “Sono contento di essere tuo amico”. Le sue dita, toccando qualsiasi punto della pelle, hanno riscaldato talmente tanto con il loro calore, che sono riuscita quasi a sentire più forte la presa. E quando di colpo, divincolatosi per raggiungere i suoi amici, la nostra stretta si è sciolta, quel calore è rimasto a lungo sulla mia mano.
Se oggi ripenso al sole che avvolgeva il mio corpo, alla sabbia che massaggiava i miei piedi, mi rendo conto che non erano stati poi così tanto caldi quanto quella mano e, ripescando qualche foto, mi emoziono ancora nel vedere calorosi i nostri abbracci, perchè meraviglioso non è solo il ricordo sulla pelle, ma il calore che rimarrà vivo e che riscalderà per sempre la mia anima.

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