Biancaneve Today di Marco Trogi

Immagine tratta dal web
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Capitolo 1

C’era una volta una bellissima principessa di nome Jessica, conosciuta da tutti gli abitanti del reame col soprannome di Biancaneve… Che c’entra Biancaneve, direte voi? Beh… diciamo che, questo affettuoso nomignolo, fu coniato dai sudditi a celebrazione dell’innata passione per un certo tipo di “neve” di cui, per mezzo di particolari “piste” (non di certo quelle sciistiche), Biancaneve faceva smodato uso… Oh! Fra un po’ l’ha capito anche mia zia, giù! Bianca˗neve! C’arrivate? Va beh, andiamo avanti… Biancaneve aveva i capelli neri come l’ebano, la bocca rossa come una rosa e… il naso perennemente raffreddato e bianco come la neve. Ci siete arrivati, adesso? Ooh! Finalmente. Il padre, Don Ciro Scognamiglio, detto o’Re, imprenditore edile originario di Caserta, in soggiorno coatto nella provincia di Lucca, rimasto vedovo si era risposato con la bella “Regina”, per l’anagrafe tal Gilberto da Silva, Rodrigues, Avarre, Do Nascimento, Cardoso, Oliveira, Ugo, enorme transessuale di un metro e novant’otto, conosciuto in una notte di follie al “Mamamia” di Torre del Lago. La matrigna Regina, nonostante non fosse la madre naturale, amava Biancaneve quanto si potrebbe amare una emorroide infiammata. Biancaneve, dal canto suo, la ricambiava con lo stesso tenero affetto di un cobra ed entrambe non perdevano ogni giorno l’occasione per ricordarselo: «Bianca!» «Mi chiamo Jessica! Popò di tranvone che non sei altro.» Le rispose Biancaneve, con quella sua vocina melodiosa. «Non uscirai gi casa anchi stasera, piccola zoccoletta infarinata?» Domandò, Regina, con quel colorito accento carioca e quell’affettuosa preoccupazione che solo una madre può avere. «Saranno anche cazzetti miei cosa faccio e dove vado, brutta copia di Tyson in minigonna!» Le rispose sorridente Biancaneve, mentre fuori la primavera inebriava dei suoi profumi l’aria e gli uccellini picchiettavano insistentemente sul vetro della finestra, ansiosi e desiderosi di incipriarsi il becco con i rimasugli di quella deliziosa polverina sparsa sullo schermo dell’iPhone di Biancaneve, telefonino che di solito la ragazza usava mettere in carica poggiandolo ogni mattina sul davanzale della finestra. «Dal nasino infarinao che gi ritrovi, sembrerebbe proprio che stai continuando a uscire con “Banderas”, vero?» «Cos’è? Sei gelosa?» «Gilosa io? Ma ti sei vista allo specchiu?» «A me gli specchi non servono. C’ho lo smartphone, una cannuccia dell’Estathè e via, sono a posto. Te, piuttosto, cara mia Silicon Valley, l’hai finita di spaventare gli specchi? Non ce n’è più uno sano in casa. Piuttosto che rifletterti preferiscono infrangersi da soli.» Continuò dolcemente Biancaneve. «Non si può avere il minimo gialogo con te. Ne parlerò con tuo padri.» «E se m’importasse anche una sega? Che dici, canotto?» «Basta! Fai como ti pare! Però, prima gi uscire, prengi e pulisci il davanzale gi tua finestra da tutti gli iscremengi che tutte le mattine lasciano i tuoi uccelli.» «Ma perché non ci pulisci te, caàta? – rispose Biancaneve quasi canticchiando – In fondo sei te, quella abituata ad avere a che fare con uccelli sporchi di merda, o no?» Sì, l’amore e armonia regnavano sovrani in quel castello. Una vera e propria famigliola moderna, un esempio per tutto il reame, scorci di vita familiare talmente ricchi di grandi valori da fare invidia anche alla pubblicità del “Mulino Bianco”. Se Biancaneve non si separava mai dal suo smartphone “multiuso”, anche la matrigna Regina aveva un suo particolare e sentito rapporto con un particolare oggetto: lo specchio. «Specchio, specchio delle mie brame. Chi est la più bella gi reame?» «Fattene una ragione o mia Regina – rispondeva ogni volta lo specchio ˗ Sarà anche un gran “tegame” ma è sempre Biancaneve la più bella del reame!» La cosa stava andando avanti oramai da troppo tempo, di pari passo a un vorticoso giramento di coglioni che si ripercuoteva come il batacchio di una campana, su ogni cosa si trovasse a non più di duecento metri da Regina, soprattutto su Ciro, il povero marito, ignaro ed estraneo della faida in corso fra madre e figlia ma purtroppo quasi sempre a portata di tiro utile (meno di duecento metri) dalla moglie. Fu così che Regina, decisamente stanca di occupare il gradino più basso e sicuramente anche un gocciolino demoralizzata dalla quantità di tentati omicidi andati a vuoto, decise che forse, per regalare una volta per tutte miglior vita all’amata figliastra, con tanto di opportuna degna sepoltura, sarebbe stato meglio ingaggiare qualcuno all’altezza della situazione, un vero e proprio professionista del settore. Per un incarico così importante e delicato, la matrigna, decise cosi di affidarsi a quanto di meglio il mercato del crimine avrebbe potuto offrire: Boris Dragoslav! Boris Dragoslav, conosciuto anche come “il cacciatore”, ex ufficiale delle milizie serbe, latitante dal 1996 e attualmente ricercato da tutte le polizie del mondo per crimini contro l’umanità, era un ometto alto non più di un metro e cinquanta, magro come un chiodo ma cattivo, talmente cattivo che, perfino una tigre a digiuno da più di un mese, perché abbandonata in una gabbia dello zoo di Drenica, semidistrutto dalla guerra, si racconta che si sia finta morta al suo passaggio. «Uno milione di euro da trasferire su conto in banca svizzera. Queste essere mie condizioni.» disse Boris. «Maremma maialangi! ˗ rispose sorpresa Regina, ˗ Ho speso meno a rifarmi. Va beh, accetto! Però tu dovrai assolutamente portarmi una prova gi sua morte.» «Un orecchio?» Domandò Boris. «No! Il corazao!» E fu così che il temibile Boris Dragoslav si mise a caccia della sua nuova preda: la bella Biancaneve.

Capitolo 2

Erano da poco passate le 23:00, Biancaneve se ne stava tranquillamente passeggiando avanti e indietro sul piazzale del distributore della Total di Migliarino, annusando amorevolmente il suo smartphone, quando a un tratto, da una delle tante auto che normalmente si soffermavano per chiedere informazioni, scese lui: Boris! «Essere tu Biancaneve?» domandò Boris. «No, sono la maiala della tua mamma, ma se vuoi posso diventare anche Britney Spears. Basta che paghi.» Rispose Biancaneve. «Tu venire con me.» Chiese in modo autoritario Boris. «Prima il grano, spilungone.» «Che fai? Tu prendi me per il culo?» «Noo! Mi dovrei abbassare troppo e stasera mi fa male anche la schiena.» «Tu no ha capito chi essere io.» «Mah, all’apparenza, uno dei sette nani, ma… quelli non dovrebbero arrivare dopo?» «Guarda, bambina, che io essere basso, ma se mi sdraio per terra posso essere anche più alto di te.» «Sì, va beh, dicono tutti così… ˗ continuò Biancaneve ˗ allora, ce l’hai i soldini o no?» «Io devo ucciderti.» «Perbacco! Parliamone. Comunque, se per caso hai intenzione di ammazzarmi con una testata, guarda che a questa altezza non c’è la testa…» E così dicendo, Biancaneve, sollevò la corta gonna fino all’ombelico, mostrando la propria “gioia”, orfana della necessaria biancheria intima. «Caz…!» Esclamò Boris. «No, questa è “fic”, sua sorella ˗ Rispose Biancaneve. ˗ Se vuoi il suo fratellino ti devi rivolgere alla mia matrigna. Lei, lui… insomma, quel coso, lo vedi come t’accontenta. Vuoi che te lo chiamo?» «No, no, che hai capito? Io volevo dire… interessante l’articolo, veramente interessante. Quanto la fai?» «Ooh! Vedi che adesso ci cominciamo a capire. Dunque… facciamo duecento? Naturalmente più Iva. Sai, le tasse qui in Italia: ici, tarsu, irpef, bla, bla, bla…» «Caz…!» «E son’ due. Ho capito, pennellone! Guarda che se insisti comincio a dubitare.» «No, no, non fraintendere, volevo dire che la fai un pochino cara, sì, insomma…» «Cara… si fa presto a dire cara. Primo: si parla di un articolino di prima qualità e con tanto di Denominazione di Origine Controllata. Sono di sangue blu io, mica made in China. E poi, che ti devo dire, l’inflazione, lo spread, la concorrenza dei trans… insomma, è dura arrivare a fine mese. Comunque, se non la devi scaricare, non ti faccio la fattura, giù! Mi dai due-centocinquanta e siamo a posto.» «Ti propongo io un affare.» Esclamò Boris. «Proponi.» «Te me la dai e io chiudo un occhio.» «Ho capito. Sei della Finanza.» «No, no, volevo dire che: io no ammazza te, se tu dai tua cosina a me.» «Uuh! Per un attimo mi ero spaventata. Va bene! Affare fatto!» E fu così che il terribile Boris Dragoslav, intenerito dalla bellezza e dalla dolcezza di Biancaneve, per la prima volta nella sua lunga e sanguinosa carriera di criminale, non ottemperò al suo mandato. «Però! Sei corto ma ci dai dentro, eh, Sansone?» commentò, accendendosi una sigaretta, Biancaneve. «Modestamente…» Rispose Boris. «Sì, va beh, ora non te la tirare.» «Piuttosto, Biancaneve, tua matrigna avere chiesto tuo cuore come prova di tua morte, cosa io porto, adesso?» «Sempre romantica mia madre… va beh! Che fai? Eee passi dal macellaio, compri del rognone, glie lo porti e gli dici che è roba mia. Tanto il tranvone è talmente gonfio di silicone che non riesce a tenere aperti nemmeno gli occhi. Figurati se se ne accorge.» «Sì, ma te devi sparire, però.» Disse Boris. «Eh, sì… effettivamente sarebbe opportuno cambiare aria.» Rispose mestamente la ragazza. E fu così che Biancaneve cominciò il suo viaggio verso l’ignoto, vagando senza una meta per il mondo.

Capitolo 3

Cammina, cammina, allo stremo delle forze, affamata e soprattutto senza “cipria”, Biancaneve giunse di fronte a una collinetta popolata da gabbiani e pantegane, una variopinta e allegra discarica proprio a ridosso dell’autostrada, al fianco della quale sorgeva un piccolo accampamento Rom. Sembrava che il villaggio fosse disabitato, se non fosse stato per un rigo di fumo che fuoriusciva da una delle piccole casette su ruote. Biancaneve, stanca e affamata, si fece coraggio e bussò a quella casina. «Toc, toc! C’è nessuno in casa?» domandò timidamente Biancaneve. Provò ancora ma non ricevette alcuna risposta. Si fece allora coraggio, provò a spingere la porta, era aperta. Entrò. Era una casa a tutti gli effetti, molto piccola e con sette piccoli lettini. Sicuramente era abitata da qualcuno poiché su un piccolo fornellino c’era un pentolino con qualcosa all’interno che cuoceva. Biancaneve, in piena fame chimica, non seppe resistere e cominciò a nutrirsi con la pietanza contenuta nel pentolino. Saziatasi a sufficienza, la ragazza si sdraiò esausta sopra uno dei sette piccoli lettini. Si massaggiò lentamente il pancino e, dopo aver dato fiato a un piccolo ruttino, che echeggiò per dieci minuti buoni rimbalzando fra i pilastri dell’autostrada, si lasciò andare fra le braccia di Morfeo. Era quasi sera, il sole stava tramontando dietro la collinetta, quando un tonfo sordo risvegliò Biancaneve. Davanti a lei sette piccoli ometti, un po’ più scuri del normale, diciamo, abbronzati. Tutti e sette la guardavano intensamente e in silenzio, frugandosi con entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni. «Buona… sera!» Disse Biancaneve. I sette ometti non risposero, continuando però a frugarsi sempre più intensamente nelle tasche. «Emh… disturbo? ˗ Insistette la ragazza. ˗ No, perché, se avete da fare, io posso anche andare…» «Tu chi essere?» Domandò all’improvviso uno dei sette giovanotti. « Io sono Jessica in arte Biancaneve e voi?» « Tu no hai capito, tu no fai domande, tu essere donna, quindi, tu sta zitta e spogliati!» «Vai, sì, ho capito… stasera si fanno gli straordinari. Oh! Patti chiari e amicizia lunga però, non voglio casino: tutti in fila ordinatamente e uno alla volta, chiaro?» La vita al campo Rom non era poi così male, se non fosse stato proprio per i sette nanetti: gentili sì, premurosi, non le facevano mancare nulla , ma decisamente troppo arzilli e inquieti. I sette rom, infatti, erano sì alti un metro e un cazzo ma ci davano dentro come conigli maremmani; finito uno cominciava l’altro e così via fino all’ultimo che poi, naturalmente, voleva sempre ricominciare. Nel frattempo, la matrigna Regina, convinta di essersi liberata definitivamente dall’oppressione della scomoda e fastidiosa bellezza della figliastra, finalmente rilassatasi, se la godeva come mai avrebbe immaginato. Era perfino ingrassata come minimo venti chili buoni. Un bel giorno, passando davanti allo specchio finalmente da un po’ disoccupato, si soffermò: «Maialangi se sono ingrassata!» Esclamò Regina. «Eoh, se continui a mangiare come una porca…» Rispose lo specchio. «Io no mangi tanto! È la tiroide che mi fa ingrassare.» «Sì, la tiroide! Ma se ti sei mangiata anche quella, vien via, su!» «Comunque, sono sempre io la mas bella, vero?» «Mmh, insomma… diciamo, che ti sei classificata, via.» «Come, mi sono classificangi?» «Via, è stato bello rivederti, Regina. Ora devo andare, c’ho un appuntamento col dentista e…» «Fermo lì! Dove vorresti scappari te? Come sarebbe a dire che: mi son’ classificangi?» «Ma scherzavo, giù!… Non mi avrai mica preso sul ser….» Regina sferrò un violento cazzotto sul muro a non più di dieci centimetri dallo specchio. «Il prossimo te lo tiro in faccia. ˗ minacciò Regina ˗ Parla!» «Ok, ok! Calmina, non ti innervosire. Dunque: mi son giunte giusto oggi voci che, sì, insomma, secondo gli ultimi dati ISTAT, sembrerebbe che, la più bella del reame, sia… oh, è pura statistica naturalmente. Guarda anche Berlusconi, l’avevano dato vincente alle ultime elez…» «Parlaaaaaa!!!» Lo interruppe gridando, Regina. «Biancaneve.» Rispose con un filo di voce, lo specchio. «Parla più forte, no ti sento!» «Ho detto… che la più bella del reame è sempre… Biancaneve.» Regina andò su tutte le furie, venti donne in pieno flusso mestruale concentrate assieme. Una tigre talmente inferocita al punto che il marito, il buon o’Re, fece la sera stessa le valigie in barba alle restrizioni domiciliari, dandosi latitante, qualcuno disse, in sud America.

Capitolo 4

Trasformata dall’ira e dai chili di troppo in una vera e propria strega, Regina, decise così chiudere la faccenda con la figliastra una volta per tutte e a farlo, a questo punto, non poteva essere altri che lei. Rammentando la passione di Biancaneve per lo “zucchero a velo” (per chi si fosse messo alla lettura solo adesso, cazzi suoi! Torni indietro se vuol capire di quale zucchero sto parlando), decise di preparare a Biancaneve una mortale trappola: prese una bella mela rossa, la cosparse di “zucchero a velo” (vedi sopra) mischiato ad un potente veleno per topi e poi, travestita da pusher marocchino, si mise alla ricerca di Biancaneve. «Toc, toc» «Chi è?» Rispose Biancaneve.» «Testimoni di Geova.» «Sì,va beh. E io sono Nichi Vendola vestito da Sailor Moon. Il titolare non c’è, torni domani!» «Aspetta, aspetta! Vuoi bamba? Bamba buona!» Biancaneve all’udir di quella parola così magica per lei, dopo fra l’altro un discreto periodo di forzata astinenza, non seppe resistere e aprì immediatamente la porta. Dopo una rapida trattativa, le due parti si accordarono sul prezzo e Biancaneve, ignara di quanto Regina stava tramando, comprò la succulente mela e, non appena sola, se la sniffò profondamente. Fu sufficiente una sola annusatina al che, come in un magico incantesimo, Biancaneve cadde in coma irreversibile, con tanto di bava al lati della bocca. Al loro rientro, i sette piccoli zingarelli, presi dalla disperazione e dallo sconforto, decisero, dopo naturalmente un’ultima ripassata generale (oh! Era sempre calda e i Rom, si sa, son’ di bocca buona), di rinchiudere Biancaneve dentro a un grosso congelatore per gelati della Sammontana, quelli con la vetrina, con la precisa volontà di conservare la bellezza della ragazza, soprattutto per i lunghi e freddi inverni, quando la compagnia di una donna, anche se magari un po’ più ghiaccìna, sarebbe potuta essere gradita.

Capitolo 5

Passarono i giorni, passarono i mesi e le stagioni con Biancaneve prigioniera del suo dolce e incantato sonno, lì, nella teca di cristallo della Sammontana. A vegliarla, tutti gli scoiattoli, gli uccellini, i cervi e i gufi del bosco intero. Il suo sonno sembrava non avere fine, finché un giorno passò di lì un Principe, non proprio azzurro ma comunque, Principe.… «Because i’m happy, la la la lalà la la la… O cribbio! Cosa essere qua dentro?… Per tutte le scimmie della Savana! Questa essere fic!» Nkono, era un venditore di collanine originario del Senegal, figlio, a detta sua, del re della tribù dei “Bunga Bunga”. Se la provenienza geo˗politica era già di per sé tutto un programma, il fatto poi che il ragazzo fosse anche nell’ambiente sopranno-minato “batacchio”, completava il quadro della situazione. Nkono, incuriosito e visibilmente arrapato, tant’è che tutte le pantegane femmine a portata di potenziale tiro del giovanotto, sparirono dalla circolazione a velocità di curvatura, aprì delicatamente la porta del congelatore. «Gesù, Allah, Manitù e Santo Budda! Questo essere un miracolo! ˗ Esclamò l’aitante morettino, preso dalla felicità e nella foga di voler ringraziare qualsiasi forma di divinità conosciuta, così, tanto per non sbagliar bersaglio. ˗ Una ”gnaca gnaca” (in lingua senegalese l’equivalente di passera) tutta per me!» Il giovane morellato, estrasse Biancaneve dal frigo e la adagiò delicatamente sul prato e, come se stesse maneggiando un fiore, lentamente la svestì. Se la guardò una attimino attentamente (una Tac e una Risonanza magnetica la avrebbero esaminata in modo sicuramente più superficiale) e poi, senza pensarci più di tanto, la possedette. La possedette sopra, sotto, di fianco, di rinterzo e con l’effetto, avanti e ndré e pure nelle orecchie, per ore, ore ed ore… «Guarda ciccio, che sul contratto, che io sappia, mi sembra ci sia scritto che la devi baciare non sciagattàre!» Disse a un certo punto uno scoiattolo che passava di lì per caso. «Sì, col cazzo! Ma sei scemo? – Rispose ansimando il bruno principino ˗ Se la bacio poi si sveglia.» «A beh, anche questo è vero. – commentò l’animaletto. – Via giù! Divertiti allora! Stammi bene!» Il giovane cioccolatino continuò così ancora per lungo tempo fino a che, esausto, con le braccia sfinite dalle troppe flessioni, crollò, cadendo col suo viso a contatto di quello di lei e, cosa ancor peggiore, con le sue labbra a contatto con quelle di Biancaneve. La reazione della ragazza fu istantanea: «Aahh! E cosa questa coso qui? Vattìnne, vattìnne, brutto nero per caso!» Biancaneve urlava e imprecava, mentre con le braccia, le gambe e tutto il corpo, cercava di allontanare da se il negretto. Il ragazzo, in mezzo a un vero e proprio bombardamento di schiaffi e calci, riuscì finalmente a rialzarsi. «Ferma un po’! – Disse a un tratto Biancaneve ˗ Ueh! Maronna, e che cos’è? Nu siluro?» Biancaneve, con la stessa energia di quanta ne aveva messa per allontanare il ragazzo, ri˗arpionò di nuovo a se Nkono, lo ribaltò sulla schiena e, ripristinando gli originali collegamenti, cominciò… «Oooooooooooooohhh!! Ooooooooòòòòòòòòòòòhhhhh!!!» «E che cazzo! Compra una vocale!» Urlarono gli animaletti del bosco in coro. Ma Biancaneve non solo comprò vocali, comprò consonanti, punti, virgole e accenti. Passò e ripassò più volte tutto lo Zingarelli per poi procedere anche all’edizione Senegalese. E così continuò nei giorni, nei mesi e nelle stagioni seguenti, per anni ed anni ancor fino all’assegnazione di una bellissima casa popolare al Varignano, dove la Principessa Biancaneve e il Principe Nkono, assieme ai sette piccoli Rom e a tutti gli animaletti del bosco, vissero così felici e contenti.

FINE

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