La luna, le pecore e il pastore

Di notte, in alta montagna, non è facile individuare che stagione sia: Estate o Inverno, il freddo è intenso e restare a lungo all’aperto è impossibile, se non si è ben coperti. Le pecore, però, ci stanno bene specialmente in agosto e trovano pascoli di erbe aromatiche che al piano non avrebbero, perché a valle la natura è riarsa.
Oggi che la transumanza si fa col camion, la vita di noi pastori è più facile, ma stare soli di notte all’alpeggio per quasi tre mesi, è triste e logora. Lì non prende neanche il cellulare, la televisione te la scordi e l’unico mezzo di contatto con la civiltà cittadina è costituito dalla radio.
Così che fai la sera quando il sole scende dietro le creste e i crinali?
Io lavoro, faccio i formaggi e le ricotte che Tonio viene a prendere la mattina successiva.

La baita del pianoro olezza di cacio posto a stagionare sui ripiani di legno, le pecore nello stazzo stanno quiete e mi avvertono, con i belati cupi di paura, quando vicino passa il lupo.
Il mio odore non lo sento, me lo racconta mia moglie a settembre quando ritorno a casa.
Una sera, però, mi sentivo irrequieto e non riuscivo a concentrarmi su nulla, mi ero già scottato un paio di volte con la pentola della ricotta, non per niente si chiama così, quando decisi di terminare il più in fretta possibile e di dedicarmi ad altro.
Mi restava un po’ di tempo prima di cena, tanto da uscire all’aperto a respirare tranquillità. Indossato il giaccone, mi diressi alla porta, girai la maniglia e un chiarore diffuso mi circondò.
La bocca si schiuse per la sorpresa, all’intorno riuscivo a distinguere i particolari del pianoro, nonostante fosse notte, mi girai più volte nelle varie direzioni. Finalmente mi decisi e volsi lo sguardo al cielo: lei era enorme, come un buco argenteo nel blu nero della volta celeste, fredda, algida, argentea, stranamente vicina e lontana allo stesso momento. Non riuscii a toccarla, né a prenderla; fu lei a toccare il mio cuore e a prendermi per sempre con la sua poesia.

12 Comments

  • sonia

    Voto questo testo.
    Descrive poeticamente momenti di vita che ad un osservatore superficiale possono invece apparire deprimenti perché ci allontanano dal quotidiano tran tran: quella sorta di “droga” che ci intrappola impedendoci di godere delle bellezze della natura.
    E coglie sensazioni profonde……

  • Mara

    Voto questo testo. L’autrice è riuscita a descrivere perfettamente il desiderio d’unione del pastore, che lo ha portato a vivere un’esperienza mistica. Quando si riesce ad essere in simbiosi con la natura, quest’ultima ci invita a fere silenzio dentro di noi, spogliandoci dalla frenesia e dalle urgenze quotidiane, per creare in noi una sorta di mare calmo, che ci immerge nell’affascinante mondo del silenzio interiore. La mistica, quindi, sembra trovare il suo slancio interiore da un appassionato desiderio di unità e di fusione osmotica, compenetrante con l’assoluto. Quando parliamo di esperienza mistica, la nostra mente corre al mondo del religioso che ci introduce nel rapporto con Dio. Ma in realtà, esiste anche una sorta di mistica, per così dire, laica in cui l’obiettivo finale non è il ricongiungimento con Dio, ma il raggiungimento di una certa rappacificazione con il cosmo, con la totalità dell’universo, con se stessi, e con gli altri.

  • Lauretta Chiarini

    Voto questo testo.
    Poetico e rasserenante, quasi un “Canto notturno di un pastore errante…”

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