Termina piccolo, termina di Fabrizio Castellani

Tema: Sette parole (Termina)

«Mamma, il nonno è piccolo e sta scavando»
Lilli è rientrata di corsa dal giardino e quasi grida alle sue spalle: per lei che ha solo quattro anni sembra tutto un gioco e forse è giusto sia cosi.
Marta non si volta e resta immobile di fronte ai piatti sporchi del dopo pranzo. Le servono alcuni istanti per cacciare indietro le lacrime che sente risalire agli occhi. Le spalle e la schiena si irrigidiscono, le nocche delle mani sbiancano strette attorno al canovaccio umido.
Poi la voce di Paolo è un campanello che la scuote. «Vieni Lilli, lascia stare la mamma. Guardiamo un po’ di TV, ti va?»
«Si dai, papà. Cartoni. Cartoni.»
«Si certo Lilli. Cartoni. Vai sul divano. Ti raggiungo subito.»
Senza Lilli nella stanza è più facile. Marta si gira. Piano, in silenzio.
Come sempre è Paolo a dire quello che sanno: «Credo che sia tempo»
«Già.»
«Dovresti parlargli. Non sappiamo quanto… insomma. É tuo padre.»
«Lo so.» tace. Ma solo un istante: «L’hai trovato?»
Lui le porge un cordino di canapa. «Credo sia questo… Non ho capito a cosa gli servirà. Comunque… Saremo qui.»
Marta si sfila il grembiule. Passa i palmi delle mani sopra il vestito nero, poi di nuovo si volta.
Paolo è sparito oltre la soglia, di là, con la piccola Lilli. Fuori il vento soffia forte, si sente fischiare quando si insinua sotto lo stipite della porta, è una lama fredda quando scivola tra gli infissi vecchi e malandati.
“Inutile attendere” pensa. Ma le serve ancora qualche minuto per lasciare la cucina.
Fuori fa un freddo cane e le foglie gialle d’autunno ballano al vento.
Suo padre è nell’angolo del giardino più distante dalla casa. Deve aver lavorato sodo perché è già scomparso fino alla vita dentro alla buca accanto al vecchio olmo. Ha messo la giacca di corda marrone e i jeans, il cappello di lana. Il movimento della pala è ritmico e costante. Uno, la pala affonda. Due, la pala esce ricolma di terra scura. Tre, la terra vola un metro oltre l’orlo. Quattro: la palla affonda di nuovo. Quando Marta si avvicina e lo vede per bene nota che ha già tolto le scarpe e le calze: i piedi nudi sono sporchi di fango e le sembrano enormi.
«Non credi sia presto?» azzarda. Sa che non è così, ma deve provare. Potrebbe guadagnare tempo, magari un giorno, forse di più. “Abbiamo seppellito mamma solo tre giorni fa.»
Lui si ferma e la fissa e Marta capisce che sarà tutto inutile.
Lui ha l’aria stupita, poi scuote la testa. Poggia la pala a terra e si issa oltre l’orlo della buca.
É più basso di lei di quasi una testa. Solo stamani, a colazione, la guardava dall’alto. Resta dritto così, poi d’un tratto si fruga nella tasca e ne estrae un cartoncino: «È arrivato» le dice. «con il vento».
A caratteri grandi, in un maiuscolo che potrebbe essere scritto da un bambino lei legge: TERMINA.
«Vedi? Il vento. Il Vento scavatore chiama» le dice. «Tua madre non c’è più, tu sei cresciuta e hai la tua vita, la tua famiglia. Non ho più nulla da fare qui.»
Quel che segue è un silenzio che a Marta sembra eterno quanto il freddo che le stringe le ossa.
«Eccolo» esclama il piccolo essere di fronte a lei. Neanche la voce è più quella dell’uomo che era. Sembra entusiasta quando le sfila di mano il cordino di canapa: un bambino che il giorno di Natale ha ricevuto in dono il suo gioco preferito.
Marta tira su col naso, si morde le labbra e le lacrime fin troppo trattenute escono libere.
Paolo dalla finestra li guarda. Sua moglie alta e snella, bellissima nel suo vestito nero, i cappelli biondi che si agitano al vento, piange come se non dovesse più smettere. Con lei, con le mani tozze che a malapena riescono a cingerle i fianchi un qualcosa che dell’uomo adesso è la caricatura. Un essere che ad ogni minuto che passa si riduce sempre di più. La testa di suo suocero, ne è certo, una volta era tonda. Invece ora si allunga all’indietro, come se un uovo gli stesse crescendo dentro alla nuca. Quello che più l’impressiona poi è il volto: il naso che si ingrossa e si allarga in due narici enormi, gli occhi sbiancano e sembrano voler uscire dalle orbite. Se non conoscesse la verità scapperebbe inorridito. Chiamerebbe Marta, le urlerebbe di fuggire. Ma sono abbracciati e Paolo sa qual è la verità: conosce la forma dei troll. Rispettosamente, sul dolore di sua moglie, chiude le tende e raggiunge Lilli sul divano.
Quando Marta rientra nella casa si sentono solo le voci stridule dei cartoni nella TV.
In silenzio raggiunge Paolo e Lilli sul divano. Ha gli occhi rossi e gonfi, ma almeno ha smesso di piangere.
«Il nonno non viene?» le chiede la piccola.
«No, amore. Il nonno ha da fare. Il vento lo ha chiamato»

Quando la buca ha raggiunto la tana Fitzspid era alto appena una decina di centimetri.
Le vecchie abilità non si perdono e al secondo tentativo il cordino di canapa era già ben legato al collo della piccola talpa grigia.
Mentre cavalca spedito nelle viscere scure della terra il minuscolo troll le carezza il pelo ispido.
«Arriviamo Vento, arriviamo» sussurra nel buio.

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