Vuoto dentro

“Quest’anno non penso lo faremo l’albero”
“Federica che non fa l’albero. Non ci credo”.
Chi ha voglia di spiegarle che tra me e Federica è finita?
Finita da tanto, ma forse non è neanche mai iniziata.
Con un cenno della mano la saluto. Alzo il bavero, le mani infilate nel giubbotto, le luci delle vetrine mi distraggono, iniziano già a comparire i segni di quello che dovrebbe essere il Natale. Tante immagini si accavallano nella mia mente. Lei non la facevo così pragmatica.
“Il mio sbaglio è quello di averci creduto, ma dopo 4 anni non me la sento più di continuare. È logorante sentirsi continuamente tenuti a distanza da te. Pensavo che col tempo… Nulla. Ti ho amato, ma ho bisogno anch’io di sentire il tuo amore. Non posso più permettermi di buttare via altro tempo nell’illusione”.
Con un calcio scaravento a terra un bidone che sembra essere messo lì apposta. Sono un diverso. In che cosa sono sbagliato? Cazzo!
Una pioggerellina fitta mi s’incolla sul volto, ho il naso che mi cola, me lo asciugo col dorso della mano. Mi ritrovo all’ultimo banco di una chiesa, la messa è finita, le ultime vecchiette se ne stanno uscendo.
La mia mente ritorna ancora là, in quel buco che, in questi 25 anni, non sono mai riuscito a colmare. Mi sono sforzato in tutti questi anni di essere come loro, fare lo spaccone, il brillante. Questa insofferenza mi separa da tutti gli altri.
Mia madre mi aveva chiesto cosa volessi per il mio compleanno.
“Ho intenzione di presentare domanda in Tribunale, voglio conoscere la mia storia”.
Stava sparecchiando, eravamo soli, è rimasta immobile, senza dire nulla. Ho fatto finta di non vedere i suoi occhi inumidirsi.

Un signore si schiarisce la voce, deve chiudere la chiesa. Mi ritrovo ancora in strada, è buio, il mondo fuori mi è estraneo, o forse sono io che non dovrei esistere. È una sensazione che mi accompagna da sempre e ha creato quel masso col quale non riesco più a convivere.
La lettera non tarda ad arrivare dal Tribunale. È mia madre che me la consegna. Mi si chiede di presentarmi il giovedì successivo per comunicazioni personali. Osservo l’album di quand’ero piccolo, sorrido, ero sempre spettinato, dicevano, e saltavo come una scimmia.
Della mia istituzionalizzazione non ricordo quasi nulla, qualche flash di me che rubo la ruspa a un altro bambino e di un pezzo di pane che, la notte, tengo stretto sotto al cuscino. La vita per me inizia quel giorno quando, mio padre e mia madre, mi vengono a prendere. Di quello ricordo tutti i minimi particolari: il colore acceso della Ritmo blu, i sedili rossi, l’odore acre di benzina, il suo profumo di dopobarba, la mano calda di mia madre. Avevo tre anni. La mia infanzia la ricordo serena. Perché ora penso che avrebbero dovuto lasciarmi dov’ero prima?
Non hanno fatto altro che far perdere le mie tracce. A mia madre non lo dirò mai ma, in fondo, è lei che voglio conoscere, ho tante domande da farle.
“Perché mi hai messo al mondo? Perché mi hai abbandonato? Cosa ho fatto di male?”
Ho una rabbia!
Faccio fatica ad addormentarmi, mi sveglio di soprassalto, sudato, qualcuno sta bussando alla porta. Silenzio. Il rumore stavolta è più forte. Mi alzo, con le dita mi pettino i capelli. È lei.

“Tesoro mio, sei qui! Madonna santa sei gelato. Copriti con questo”
È mia madre, china su di me sta piangendo, si è tolta il cappotto che aveva sulle spalle. Che ci faccio qui, rannicchiato, contro questo tronco d’albero?
Mi metto a sedere, sono confuso, ha iniziato a nevicare. La guardo, con aria interrogativa. Mi tocca la fronte, mi accarezza le mani, gesti che mi faceva da piccolo.
“Torniamo a casa. Hai solo fatto un brutto sogno”

Stavano bussando alla porta, sono andato ad aprire. Lei non ha sentito nulla.
Poi ricordo: io che apro la porta, non c’è nessuno, la sua presenza però la sento, lei mi aspetta, mi sta chiamando. E poi mi sento piccolo, sono in strada, lei è laggiù nel bosco. Faccio fatica a camminare, non riesco a raggiungerla. Perché se ne è andata?
Dei cani randagi si avvicinano. Sono terrorizzato, mi copro il viso con le mani e mi lascio cadere a terra. Ho paura. Perché lei non arriva? Sono suo figlio!
Sul collo sento il fiuto dei cani, poi si allontanano. Mi frego gli occhi, non so più distinguere la realtà dall’immaginazione.
“Hai gli occhi spaventati tesoro. Andiamo”
Lascio che la sua mano prenda la mia, è quasi l’alba. Mio padre ritorna poco dopo, è sconvolto. uando mi vede si lascia cadere sulla sedia, appoggia il braccio sul tavolo e, con la mano, si copre gli occhi. Poso la mia mano sulla sua spalla e lui me la stringe.

Sono passati due anni. La lettera l’ho buttata. Non basta raggiungere un’età per far valere i propri diritti. Non ero pronto e forse, chissà, non lo sarò mai. Ora sto frequentando un’altra ragazza. Non le ho nascosto niente di quello che sono. Ogni giorno devo fare i conti con la mia ferita.
Una cosa è certa: non permetterò più alle mie ombre di avere la meglio e, forse, non sarà lei in grado di darmi quelle risposte che cerco. Non potrò dimenticare ciò che è stato, forse devo imparare ad accettarlo.
No, non sono io che sono sbagliato.

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