Stranger

Tema: La pioggia

Il cielo è nuvoloso e scuro, il vento è prepotente. Cerca di strapparmi via la sciarpa leggera, mentre mi chiudo la giacca sul collo.
Il parco sembra essersi trasformato in qualcosa di oscuro, di incomprensibile.
Inizia a piovere, ma non mi dispiace.
Le foglie non sussurrano più lievi sospiri, ma tuonano come tamburi puntellati dai goccioloni che il cielo riversa sulla città. I capelli mi si infradiciano quasi subito. Che importa?
Non arriverà comunque nessuno. Lei non arriverà.
Ma il luogo dell’appuntamento è qui. Mi accingo ad avvicinarmi pian piano, i piedi pesanti.
La panchina bagnata sembra star attendendomi, trepidante.
Mi siedo accarezzando il legno consunto, graffiato, scritto e scalfito. Mio unico compagno assieme alle foglie verdi degli alberi che mi circondano.
La pioggia non è mai improvvisa, e chi esce di casa senza ombrello sa a cosa va incontro. Segretamente cerca un pretesto per sentirsi libero in un turbinio freddo e passionale al tempo stesso.

La signora che passa correndo, facendosi scudo dalla pioggia con dei fogli di giornale, non può capire.
Le persone affollate sotto il parapetto del negozio all’angolo, non possono capire.
Tu. Tu chi sei?
Sono sempre stato un ragazzo dagli occhi bassi e discreti. Mai una volta incrocio lo sguardo di qualcuno che non lo cerchi.
Ma questa volta, non riesco a trattenere la mia innaturale curiosità.
C’è una ragazza dagli occhi bruni che cammina, tranquilla, a qualche metro da me. Sembra che la pioggia, copiosa, non la colpisca, ma che piuttosto la sfiori.
La treccia lunga di capelli color caramello è lievemente adagiata sulla spalla. Non ha un ombrello, non si cura dell’acqua.
Cammina a testa alta lungo la via. Guarda curiosa attorno a sé e riabbassa lo sguardo su una piccola borsa che porta tra le braccia. La stringe lievemente contro il ventre, quasi con affetto.
Non mi degna di uno sguardo.
Le sue ciglia hanno catturato qualche goccia di pioggia che le fanno brillare gli occhi di una luce misteriosa. Mi ritrovo ad invidiare l’acqua che, incurante, si insinua ovunque, senza risparmiare nulla.
La ragazza si siede poco più in là. Sulla stessa unica panchina bistrattata che adesso sembra più bella, più comoda. Dà la sensazione di essere un luogo dove poter tornare…
Io e la ragazza non ci parlammo. Non ci guardammo.
Condividemmo solo un momento infinito, che conservo con gelosia.
Non conosco il suo nome. Non so da dove provenisse.
Ma da allora, cerco il suo volto in ogni ragazza che incrocio.

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