Omaggio per un’amica

Tema: Memorie perdute

«Non avrai certo intenzione di portare quell’arnese nella casa nuova!»
“Rieccoci” sospirai tra me e me. «Perché no?» chiesi subito dopo in tono pacato. Tanto già sapevo la risposta. Non ricordavo più se eravamo alla discussione numero cento o centouno. Da quando avevamo firmato la caparra, era stato un fiume in piena.
«Perché no, dici?!» gridò lui irato in risposta. «Perché è vecchio, brutto, pieno di ruggine e non funziona neppure bene! Abbiamo speso un capitale con l’architetto per farci fare un arredo da design su misura e tu vuoi infilarci quel… coso!» Quasi si strozzava mentre sputava fuori la parola.
«Questo “coso”, come dici tu, non ha un valore quantificabile, e lo sai bene. Il suo è un valore affettivo. L’ho sempre avuto davanti agli occhi, fin da quando ero così piccola da non arrivare ad aprirlo, ma rammento come fosse ieri il giorno che è entrato in casa nostra, il primo e forse unico lusso della mia famiglia. Non è un oggetto, è un ricordo. »
«Ah, bel ricordo, proprio! E dimmi, mia cara, quali memorie ti fa rievocare? Forse di quando tuo nonno spingeva l’aratro appresso ai buoi? O di quando tuo padre si spezzava la schiena nei campi? No, aspetta, forse ti riporta alla mente i chilometri fangosi che percorrevi per andare a scuola a piedi?
Fossi in te farei di tutto per dimenticarli!»

Dimenticare. Davvero, sarebbe stato facile, ora che indossavo capi di alta moda e firmavo assegni con nonchalance… e spesso infatti quasi dimenticavo da dove provenivo. Ma quei ricordi erano la mia vita.
La mia vita prima che cambiasse.
In meglio certo, come mio marito non mancava mai di farmi notare, sbattendomi in viso il peso dei suoi soldi e della sua importanza.
Eppure, quando ci eravamo innamorati, io ero la stessa figlia di contadini di adesso. Meno raffinata, abituata agli scarponi più che alle scarpine, e i balli erano quelli che si tenevano sull’aia, ma ero sempre io. Solo che adesso a mio marito le mie origini non piacevano più. Adesso dovevo fare “la signora”. E non c’era più spazio per il “coso”, nella sua vita.
Ma a me piaceva, brutto e vecchio com’era. Perché quando lo aprivo vedevo le mani sapienti di mia madre e di mia nonna che preparavano la pasta sulla spianatoia infarinata, e vi mettevano poi i pani a riposare sotto lo strofinaccio umido; vedevo le bottiglie ripiene dei pelati, preparate come si facevano una volta, con tutte le donne della famiglia impegnate nei diversi compiti; vedevo mio nonno che allungava una mano a prendere un pomodoro della nostra terra e addentarlo, succoso; vedevo me stessa a capo chino raccogliere le uova delle chicchinelle respirando l’odore acre del pollaio per poi riporle con cautela nel cestino di vimini…
Non vedevo le sue griglie arrugginite, le pareti coperte di ghiaccio, la muffa che si annidava nei suoi scomparti.
Non era un vecchio frigorifero conciato da buttar via, ma un passaporto per altre epoche, che traeva da un lontano passato memorie altrimenti perdute, come ombre che ancora si intravedono affacciate sul mondo di oggi…

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