Silenzio sforzato di Anna Ciraci

Abito in un bilocale in periferia. Dormo su un divano letto in una sala che, forse, raggiunge i tre metri per tre comprendendo anche l’angolo cottura e il tavolo per mangiare. La camera è ampia e spaziosa ma con due lettini e l’armadio resta a malapena lo spazio per giocare, però costa poco e mi permette di ospitare i miei bambini.
Mi chiamo Marco e sono divorziato.
Oggi è cominciata la scuola, ho riportato ieri sera i miei figli dalla madre, erano con me per le due settimane estive previste dall’accordo di separazione.
In questi giorni abbiamo fatto tutto ciò che mi sono potuto permettere risparmiando persino sul riscaldamento per tutto l’anno, non sono riuscito a portarli al mare ma qualche giretto in piscina lo abbiamo fatto lo stesso. Ho insegnato a nuotare a Davide.
Ha dieci anni e non entra in acqua dall’età di tre anni, da quando è caduto nella piscina a casa di alcuni amici, lo ricordo come fosse ieri: la porta del giardino rimasta aperta; la giornata freddissima; lui che parte sparato in direzione dell’acqua; io che manco il suo maglione per un soffio e lui che cola a picco in un secondo… la corsa al pronto soccorso, è stato un incubo che non ha più scordato. Poi d’improvviso mi chiede: “Papà, mi accompagni in acqua?”

Non ho discusso, gli ho preso la mano e siamo entrati in piscina assieme, dalla parte più bassa. Mi stringeva le falangi ma aveva un sorriso di soddisfazione tale che ho voluto osare a portarlo in mezzo, dove l’acqua gli arrivava al torace, mi sono messo alle sue spalle, facendogli appoggiare la testa sul mio cuore, gli ho detto: ”Alza le gambe e lasciati andare, sono qui, ti tengo io.” E lui ha seguito tutto ciò che gli consigliavo, trovandosi a galleggiare da solo. Era tranquillo e sicuro di sé, così ho fatto due passi indietro e gli ho detto di nuotare e venirmi incontro, man mano che sbracciava, io facevo un passo in dietro, sempre pronto a prenderlo, alla fine è arrivato a bordo vasca e tutto da solo, certo lo stile era discutibile, del tutto personalizzato, ma è stata una conquista, per me e per lui. La sera per festeggiare la sua grande vittoria, abbiamo cenato con pizza e cola. Era tutto trionfante e sorridente, giocoso, non lo vedevo così da un sacco di tempo, abbiamo riso per tutta la serata.
Sara ha quattordici anni, far contenta lei è stato un po’ più difficile. L’ho portata a fare spese e le ho regalato una gonna così corta che neppure sua madre voleva comprarle, spero solo di non vedergliela mai indosso. Ho tentato di trattarla come fosse una donna, ma solo per riuscire a farla rilassare e godersi quel breve momento che avremmo condiviso. Il giorno dopo giocava con me a tuffarsi in piscina, come faceva da bambina, è stato indimenticabile.
Due settimane veramente intense. Portare i ragazzi al parco, la piscina, la camera piena di scarpe, ciabatte e vestiti in ogni cantone.
Il televisore sempre acceso, lo spadellare in continuazione, le loro liti per futili motivi, i “Ma sei stupido” che facevano tremare i muri della casa semplicemente perché, il più piccolo veniva beccato a spiare il cellulare e le risposte di ritorno di lui buttate contro vento. E le loro risa.
C’erano dei momenti in cui Sara decideva di tornare bambina allora la vedevo mettersi seduta al tavolo a costruire una torre con le carte da gioco, magari davanti a una bella tazza di latte, o quando abbiamo giocato a nascondino in casa, non è che ci siano spazi immensi dove nascondersi nel mio appartamento, ma il fatto che io perdessi sempre la faceva ridere con una spensieratezza che mi faceva sciogliere dentro.
Certo non era tutto rose e fiori a volte mi mancava l’aria dal rimbombare delle loro voci, altre invece me ne stavo seduto riempiendomi del loro rumore assordante. Perché già sapevo che tutto questo mi sarebbe mancato.
Ed è così. È bastato rientrare la sera stessa, varcando la soglia di casa per farmi sentire morto. Non sentivo più i passi pesanti delle scarpe da basket di Davide o le risatine convulse di Sara al telefono con le sue amiche. Non c’erano più le domande a raffica e i mille perché.
Solo tanto silenzio che appesantiva il vuoto che avevo dentro.

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