Ricordi acustici

Lo stridio del gessetto, che percorre la lavagna nera e spezza il silenzio carico di tensione e di ansia, che gravita sulle teste e balla negli occhi dei giovani di domani: ecco il ricordo del mio primo giorno di scuola. Se chiudo gli occhi mi pare di sentirlo perfettamente, quel pezzetto di gesso bianco e polveroso che descrive una parabola ascendente e discendente nelle mani abili della maestra, fino a comporre un disegno armonico e lineare di cui, in quel momento, non posso ancora comprendere il significato. I denti assumono nella mia bocca una consistenza quasi gelatinosa, le mascelle si serrano e i palmi delle mani cominciano a sudare, mentre quel graffiare inesorabile mi s’incunea tra il cervello e gli occhi, e pulsa come se fosse una cosa viva. Vi è mai capitato, mentre state ascoltando la vostra canzone preferita, che d’un tratto una distorsione del suono interrompa la melodia e vi perfori i timpani anche solo per un secondo? Ecco: è come se le note, che fino ad allora fluivano costanti e aggraziate, inciampino su una corda tesa in un punto indefinito dello spazio musicale e finiscano per convergere in un tamponamento a catena; note su note, si bemolle che ruzzola rovinosamente su do maggiore, accordi per chitarra che si infrangono sulla chiave di sol, virtuosismi per pianoforte che vengono spazzati via dalla coda di un rullo di tamburi.

Se dovessi immaginare di dipingere un rumore simile, so perfettamente come lo realizzerei: un turbine sfrenato di colori che confluiscono nello stesso punto, mischiandosi in modo orgiastico fino a creare il nero, una matita che a forza di roteare sulla sua punta buca inevitabilmente il foglio.
La maestra finisce di scrivere la data alla lavagna, poi prende in mano l’elenco, lo scorre : -Delrio!
-…presente.
-Dunque ti chiami Maena. Che nome è?
Ecco che il gessetto riprende forma nella mia testa. Stride al contatto con il lobo frontale, gioca a disegnare cerchi concentrici sulla corteccia, e intanto quel rumore assordante mi riempie le orecchie, risale la tromba di Eustachio e si abbatte come una furia sul timpano, rendendomi incapace di proferire anche una sola parola. La bocca mi si asciuga completamente, riarsa da una sete chimica, innaturale. Vedo me stessa, in piedi, le mani messe a casaccio come se non sapessi che farmene, fare a pugni con la sensazione di vacillare: sento che posso cadere ora, da un momento all’altro, qui, di fronte a tutti. Se ora rispondo, tiro fuori la voce, tutti sentiranno la mia paura. La maestra aspetta un po’, io continuo a fissare prima lei, poi i miei piedi; piego talmente tanto il mento sul collo, al punto che incrocio lungo la traiettoria del mio sguardo il fiocco rosa che mi penzola davanti al petto, floscio .
Prendo coraggio e un filo di voce sguscia raschiando fuori dalla gola, supera le corde vocali, fa vibrare l’ugola e infine rompe il silenzio -Non lo so.
Scuoto le spalle, per dare maggior valenza alle mie parole .
La maestra, stanca di aspettare e forse delusa dalla mia risposta, mi fa cenno di sedermi e dietro le spesse lenti i suoi occhi tornano all’elenco, in cerca della prossima vittima sacrificale.
Quella domanda, “Che nome è?” mi avrebbe ossessionata per un buon terzo della vita, fino al giorno in cui avrei fatto pace col mio nome e mi sarei arresa alla naturale inclinazione alla timidezza (che, come è ben noto, è una signorina alquanto suscettibile: agguerrita se cerchi di combatterla, si diverte a toglierti il respiro e accelerare i battiti del tuo cuore; per contro, quando si rende conto di non essere più il centro dei tuoi problemi, si offende a tal punto da scomparire, semplicemente). In attesa di quel momento, ogni mio primo giorno di scuola, ogni mio primo colloquio di lavoro, ogni mia prima volta, avrebbe avuto come colonna sonora il rumore del gessetto sulla lavagna, la voce della maestra che tuonava e rimbombava tra i muri dell’aula e quel silenzio carico di voci mute che esprimevano tutte quelle emozioni insormontabili che a sei anni, infagottato in quel grembiule troppo grande col collo troppo stretto, seduto su quella sedia scomoda di fronte a un banco immenso, ogni bambino ha provato almeno una volta nella sua vita .

13 Comments

  • Stella

    Voto questo testo. Ci sono ricordo che non andranno mai via dentro di noi. .. molto bello

  • luisa cagnassi

    Voto questo testo.
    hai raccontato con padronanza, sensazioni che quasi tuti abbiamo provato almeno una volta. Il disagi del non saper rispondere a una domanda senza senso e senza tatto… Da quel disagio s’inizia a crescere a volte in modo traumatico. Brava.

  • Claudia

    Brava un racconto che direi universale, perché ciascuno di noi ha ricordi del genere. Lo voto

  • Anna Ciraci

    Il ricordo del gesso alla lavagna mi ha fatto venire la pelle d’oca, era un ricordo che avevo non rimosso, soppresso del tutto -:) insieme alle umiliazioni di quei tempi. Molto bello lo voto

  • Elena

    Mi hai fatto rivivere le sensazioni che ho provato anche io fra i banchi di scuola :)Fare la maestra è una grande responsabilità, chissà se ne rendono conto tutte/i.

  • Mirella

    Voto questo testo. Mi piace come l’autrice ha intrecciato sensazioni, emozioni e ricordi legati ad un tipo di rumore.

  • Maena

    Settembre si apre con un tema veramente poliedrico : L’udito! Io l’ho interpretato in questo modo, spero vi piaccia! :-)Venite a votarmi , mi raccomando!
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