Quel piccolo tempo antico

Tema: Pioggia

Sole pallido che scivola dietro nembi grigi in quest’aria imbevuta di pioggia, m’assale, e risorge il ricordo lontano della mia tenera età. Come un’impronta spirituale, il profumo della pioggia sfoglia pagine di momenti passati, i miei anni delicati che mi legano alla terra natia. Mio nonno, un uomo tutto d’un pezzo ma di delicata indole, soleva sedersi sotto l’albero dell’orto, col bastone tra le mani e la pipa fumante che annebbiava le foglie d’acero. Una presenza importante la sua, sulla terra dei suoi avi, come se dichiarasse gloria ben stampata sulla fertile terra. Gli facevo compagnia, quando arrivavano le vacanze e gli chiedevo sempre di raccontarmi una storiella. Una volta mi disse guardandomi con gli occhi infossati della vecchiaia: “Caro figliolo, ti racconterò la storia delle storie”. E per gli anni successivi, fu sempre la stessa. Grande nonno! Un giorno in particolare, fu proprio lui a invitarmi di buon’ora davanti a un fusto di pomodori bollenti che chiedevano di essere spellati e mangiati con un buon pane casareccio e acqua di pozzo, ahimé… ero troppo piccolo per bere vino. Il cielo si oscurò e vennero giù lacrime distillate. Un venticello portò con se l’odore della conserva e la pioggia inebriò il cuore, pretendendo il posto che gli spetta, si scolpiva così la storia sulle rocce dell’anima. Nonno mi prese per mano e mi disse: “Caro nipote, impara a leggere la pioggia, il suono delle gocce e il suo profumo, un giorno ricorderai tutto questo e a ogni scroscio, toni diversi ti accompagneranno sulle strade di antichi ricordi”. Tuoni appassiti di breve durata gondolavano la sua voce rauca e i solchi dell’orto s’impregnavano d’acqua piovana, mentre nella mia mente si registrava la storia. Il vecchio acero (esiste ancora) aveva grosse radici che s’infuriavano con prepotenza nel ruscello della piccola valle, un ruscello rispettabile di discreta portata idrica. L’arrivo della pioggia risveglio in me nuove sensazioni, come scoprirsi per la prima volta tutto inzuppato d’acqua, solo dopo che il vecchio mi riportò in casa. Smise di piovere, allora il nonno riprese la via dell’albero e mi ordinò di raggiungerlo dopo essermi cambiato e rifocillato. Il suono della pioggia sembrava che generasse nuovi particolari profumi, difficili da spiegare, ma certamente identificabili nel tempo. La sera fece capolino e mi addormentai sulle ginocchia del mio vecchio che, mentre ero cullato da morfeo, alzò una tenda di fortuna per ripararci da ulteriori piogge. C’era tutta la famiglia riunita e tra un canto e l’altro, si festeggiava con peperoni al sugo, del vino rosso e insalata a volontà. Il sacro rito della conserva, un qualcosa di speciale che solo gli antichi contadini ne riconoscono il vero sapore. Forse un valore perduto, forse non ci facciamo più caso, forse il cemento ha seppellito terra e spirito. Dopo qualche anno il nonno morì e tutto non fu più come prima, anche se riti e feste continuavano a esistere. Divenni giovanotto, gli studi, lo svago, il servizio militare, la ragazza, mi allontanarono dalle usanze della mia terra, ma tutte le volte che pioveva, mi sentivo nostalgico e malinconico, forse perché il mio umore cercava di ricordare senza risultato. E fu così che un bel giorno a casa di un amico che mi ospitò per l’estate, l’evento della conserva risuonava fino alle cantine e finalmente ad accompagnare pane casareccio e pomodoro bollente, il fatidico buon vino rosso di campagna, ormai ero diventato grandicello. E’ proprio vero che le cose accadono quando mai ce l’aspettiamo. Infatti, ci sedemmo sotto una quercia (non era un acero) e al primo bicchiere di vino, eccovi il ticchettio di gocce d’acqua abbattersi sul gran pentolone. Alzammo un grande telone legato tra cinque alberi e distraendomi, il ricordo di qualcuno, di qualcosa, pian piano emergeva dalle profondità recondite. “E’ il nonno, ecco cosa mi rendeva cupo in occasioni particolari come questa”. Il giorno dopo, dopo tanti anni, tornai sulla terra di mio nonno, in quella masseria abbandonata. C’era ancora il vecchio tavolo nella cucinetta senza porta ne finestra. Cercai un masso per sedermi, lo posi accanto al tavolo che sistemai vicino la pianta e aspettai che il giorno mi riportasse quell’atmosfera unica mia e del nonno. Arrivò l’imbrunire, il ruscello ormai col tempo s’era prosciugato, ma l’atmosfera sembrava fosse la stessa, mancava solo lui. E pioggia fu col suo profumo di un tono particolare, speciale; poca ma quanto bastò per farmi ricordare la mia infanzia accanto a una persona speciale. E tutto intorno si dipinse di nostalgia… e una lacrima salutò la notte. Oggi, l’odore dell’acqua piovana, di terra bagnata, di tante sensazioni che esplodono al ricordo della mia giovinezza, mi riportano a un grande uomo e a quando ero bambino tutto inzuppato di pioggia. Che strana sensazione saper leggere la pioggia e sentire il suo profumo di purezza assoluta. Il canto della pioggia ha un profumo spettinato che inietta nel cuore sapori antichi… pioverà.

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