Danilo

– Che nome gli daremo?
– Danilo!
– Perchè mai si sono ostinati con questo nome? Mi domando mentre intuisco che mi vestiranno di azzurro ma che, per fortuna, hanno pronto anche qualche camicino in giallo (perche “non si sa mai” dice mia nonna che è sempre stata saggia)
So di avere rappresentato una grande delusione quando, appena uscita dal corpo giovanissimo di mia madre che aveva dato il meglio di se stessa urlando a squarciagola durante il parto, si sono resi conto che no, non sarei mai stata quel Danilo tanto atteso, sul quale avevano aperto anche scommesse.
Non ho rimorsi tuttavia perché nel tempo ho cercato di farmi perdonare, giocando come un maschiaccio e rifiutando quegli atteggiamenti e i portamenti che sarebbero stati invece per me naturali, dal momento che, andando contro tutti i pronostici, mi chiamavo Daniela ed avevo pure bellissimi capelli biondo cenere e una figura minuta.

Sono rimasta prigioniera per almeno due decenni di quel senso di inadeguatezza, mi sono sforzata di sciare come voleva mio padre, di pattinare sul ghiaccio (ma sono fuggita dalla pista con le lame ai piedi, perché proprio non mi ci trovavo a rimanere in equilibrio e girare al freddo) ho anche lottato con i pochi amici maschi considerandomi loro simile. Ma tutto è stato inutile.
Il mio seno cresceva e attirava gli sguardi dei ragazzi, come pure i miei occhi, grandi e neri, che esprimevano la voglia di essere donna, infischiandomene se, con il matrimonio, avrei preso il cognome di un uomo anziché portare avanti il mio. Chissà, se fossi stata un maschio forse avrebbero anche fatto correggere quella doppia erre che tanto sviliva una possibile discendenza illustre, ma che nessuno si diede la briga di modificarla, essendo una femmina. E così oggi, almeno quando lo comunico, pronuncio una sola erre, perché, in fondo, quell’errore anagrafico è l’unico aspetto che m’infastidisce del mio stato attuale.
Per il resto ho superato tutto. Anche la flebile e consolatoria gioia che provavo, quando ero ancora bambina, nel sentire gli apprezzamenti delle persone che, incontrandomi, trovavano una incredibile rassomiglianza con mio padre. Poca cosa, ripensandoci, visto che, comunque, rimanevo Daniela.
Ho trascorso una parte della vita nel tentativo di essere ciò che gli altri volevano, ma non è stato invano.
Trovo brutto il nome Danilo (mi perdonino i maschietti a cui è stato imposto) amo il mio invece, che possiede un significato ebraico bellissimo “Dio è il mio giudice” e allora, cari famigliari, che avreste voluto fossi quel tanto agognato maschio, vi dico che vi siete riscattati, in modo inconsapevole, chiamandomi Daniela. Eh già perché nessuno, tanto meno voi, avreste dovuto giudicarmi, ma solo il buon Dio che mi ha dato fattezze di donna, sentimenti femminili e una grande capacità di sorridere di voi e anche un po’ di me stessa, che sono stata al vostro gioco. Per poco però.

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