Ginestre in bianco e nero

Quella che vi propongo è una sfida. Vi chiedo di immaginare questa splendida tela del pittore siciliano Antonino Cammarata, in bianco e nero. Avrei potuto snaturare il paesaggio con uno di quei programmi di foto ritocco, ma sono convinta, che il mio messaggio non sarebbe arrivato nel modo in cui avrei voluto.
Quel quadro fu un regalo inaspettato, arrivò da chi non gli aveva mai domandato nulla in cambio. Eppure Sabrina, l’infermiera di reparto della clinica privata, lo osservò più volte, durante il giro di ricognizione notturno. Lo vide piangere e perdersi nei ricordi, rispettò sempre i suoi momenti di silenzio, proprio come fa quel quadro nella parete di fronte al suo letto: immobile, muto, eppure comprensivo. Niente però ha un senso logico quando sei solo. La voce di un essere umano manca come l’aria. Poche persone gli sono rimaste accanto. Tanti nemici, tanto onore? No, non si tratta di questo, si tratta di non avere nessuno, ecco di cosa stiamo parlando. La porta socchiusa della camera, sbatte per un filo di corrente d’aria. Sul viso, tra le ciglia, si posa la tanto scomoda realtà: quella di uomo fragile, che combatte ogni giorno, contro se stesso e i propri limiti. Tutto questo succede… quando non ti puoi alzare, non puoi vedere e neppure sentire cosa accade realmente in mezzo a quei ciuffi d’erba così ben disegnati, spostati dal vento verso un’unica ed uguale direzione. Forse quel giallo e quel rosso, presenti su quella tela, noi li diamo per scontati, invece Giorgio neppure li ha mai voluti vedere, neppure li ha mai cercati. In compenso sente il bisogno di avvicinarsi ad essi e toccarli. E poi, guardando bene, c’è dell’altro: l’azzurro del cielo. Dalla finestra della sua stanza ha cambiato spesso tonalità, incurante dei suoi stati d’animo. La mente di Giorgio vaga con la fantasia, e sulla destra, dove finisce la cornice, oltre quell’immensa distesa di fiori, c’è una piccola barca, ferma, arenata su un paio di tronchi, non è per nulla pronta ad andare al largo ad incontrare i soliti gabbiani. La libertà è lontana, forse troppo, non ha messo in conto di aspettarlo così a lungo. Non possiede ali, ma soltanto l’odore acre e smodato della solitudine. Giorgio come quell’imbarcazione, vorrebbe sentire la sabbia e la sua profondità, lo scivolare sapientemente tra le dita delle mani, ma non è possibile. Avverte nei suoi sogni, la forte sensazione di voler fuggire lontano, sin dove i piedi sono in grado di correre. Il mare si nasconde, anche se la sua presenza servirebbe, lo aiuterebbe a far annegare i ricordi. Questo percorso mentale turbolento, gli crea forti capogiri, ciononostante Giorgio persevera nel suo viaggio. All’interno del dipinto, il fusto dell’albero si innalza robusto, intrecciato al pari delle sue riflessioni contorte. Le punte frastagliate delle foglie, sfiorano le nuvole. E poi, ci sono loro, le ginestre in fiore, che assumono l’accezione di mere illusioni. Quello schianto aveva stravolto tutto, gli aveva capovolto la vita, mentre un’entità superiore, per pochi miracolosi attimi, decise di dargli una seconda opportunità. Le sue gambe immobilizzate venivano accarezzate da lenzuola bianchissime, rigide, e non dal tepore della primavera che pervade il quadro.

Il sudore sulle tempie scende lento, come fa lo zucchero nella tazza di camomilla appoggiata sul comodino.. “Il tempo guarisce tutto” , questa era la frase più ricorrente e ipocrita. Il tempo non guarisce un bel niente. Le ferite, le cicatrici sono figlie dei minuti, non passano mai. Che ne sanno gli altri del tuo dolore, fanno solo finta di capirti! È arrivato ad odiare il ticchettio degli orologi, perché quei mostri di precisione, a loro piacimento scandiscono e solfeggiano gli attimi. Così, vinto e pervaso dalla rassegnazione, Giorgio scrisse una lettera al tempo.
“Caro Tempo, vorrei rubare i pennelli a quel pittore e farne brace. Sono prigioniero di una brezza che sa di mare, ma non ne afferro la consistenza. Mi sento in trappola, vedo il mio letto come una scacchiera, non ci sono alfieri o cavalieri a proteggermi, non ho alcun diritto di essere difeso, poiché non sono di certo un Re. Cammarata sparge sui prati nuvoli di fiori come fossero caramelle, senza neppure una sbavatura. Le sue mani avranno mai provato il tremore della paura? Non lo credo. Io la paura la sogno, la tocco ogni notte, la vivo ogni giorno, mentre lui… si confonde, giocando con i papaveri, sentendo i profumi accanto agli ulivi. Vorrei possedere ali di farfalla per render vivo ciò che per me è una natura morta. Mi piacerebbe far dono a Sabrina del mio quadro, in bianco e nero, ma non oso deluderla. Lei vuole darmi speranza. Ma sai che c’è? Io non ne voglio, non la sento mia. Fammi un enorme favore Tempo, riprenditi la sofferenza, assorbi la mia angoscia. Ah… un’ultima cosa ti chiedo in cambio del bianco e del nero, due pennelli, e poi una tela vuota, grande, più grande che puoi. Voglio dipingere, non fiori, non nuvole, ma soltanto la mia realtà!

Testo ispirato all’immagine

7 Ginestra fiorita di Antonino Cammarata
7 Ginestra fiorita di Antonino Cammarata

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