L’Io sperduto

Evelina aveva reso la sua esistenza una landa: una distesa greve di abbandono.
Non era di carattere difficile, si dimostrava dolce, eppure aveva allontanato da sé qualsiasi essere. Prima ancora di isolare gli altri, aveva disabitato se stessa, prendendo le distanze da ciò che era ed era stata, come se staccarsi dalla sua identità le desse la possibilità di tenere lontano il dolore.
Quando la solitudine diventava così pressante da schiacciare corpo e mente andava a rifugiarsi nella soffitta. Apriva il vecchio baule e tirava fuori tutte le fotografie che conteneva. Osservava a lungo quelle immagini: Evelina al mare; in un campo di tulipani; da bambina con il vestito bianco a fiorellini amaranto; al parco sullo scivolo; al bar con le amiche; sul muretto con il primo fidanzatino; alla stazione dei treni a salutare il compagno in partenza, mai più tornato. E tante altre istantanee di frangenti belli e brutti.

Ogni foto aveva un fascino e una melodia peculiari.
I volti scandivano i ricordi. I ricordi scandivano il tempo. Il tempo alimentava il vuoto. Il vuoto rifletteva la solitudine…
Era sprofondata in un circolo vizioso, senza discernimento.
La linea comune di quelle foto era il nome: Evelina.
E, quei volti, quel nome, sprigionavano, ogni volta, respiri ed emozioni: un sentire che, mano a mano, aveva anestetizzato, ma del quale cominciava a percepirne la mancanza.
Piccoli fermenti, evasi dalla memoria, la investivano dandole degli indizi sulla sua natura. Aveva bisogno di riappropriarsi della sua essenza, con tutto il bagaglio emotivo, per rivivere e colmare tutto quel vuoto dentro e intorno.
E così fece. Respirò tutte le sensazioni esalate dalle vecchie foto e puntò verso la consapevolezza, per rintracciare l’Io sperduto.

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