Sole di latte di Giovanna Armenio

Tema: Liscio

Mia nonna era cieca.
Da piccola, accovacciata ai suoi piedi con la testa poggiata sul suo grembo, mi accarezzava il viso e i capelli procurandomi tranquillità.
Iniziava lisciandomi la testa e, sebbene avessi i capelli corvini, con una voce appena udibile diceva: “Bambina mia, i tuoi capelli color del grano sembrano mille fili di seta e odorano di gelsomino.”
Io mi sistemavo meglio e chiudevo gli occhi per godermi appieno quei tocchi tanto gradevoli.
Le sue dita affusolate e leggere percorrevano tutta l’attaccatura dei capelli e si soffermavano sulle guance, paffute e rosee, per poi risalire verso le orecchie e disegnarne il perimetro.
Da lì scendevano fino al naso, sfiorandone la punta. Liscia e calda.
Arrivati alle labbra sospirava e con nostalgia diceva che somigliavano a quelle della sua Reneè.
Reneè è mia madre ed è morta dandomi alla luce.
Ero sicura che qualcuna delle mie antenate avesse commesso un peccato orribile e che per questo mia nonna era diventata cieca, mia madre morta e a me chissà quale sciagura sarebbe toccata.

Secondo dopo secondo. Minuto dopo minuto. Giorno dopo giorno. Mia nonna scivolava sempre più verso il buio ed il silenzio. Invece a mia madre la morte l’ha colta di sorpresa. Ha avuto solo il tempo di pronunciare il mio nome. Margot.
“E’ bene intrecciare i capelli per intrappolare la tristezza nella matassa, Margot” diceva mia nonna. Poi intrecciava delicatamente i miei capelli come faceva con mia madre.
Anche mia nonna teneva i suoi intrecciati, poi raccolti in un ordinato chignon con rete, come per non far fluire il dolore nel resto del corpo. La sua chioma pareva un sole di latte. La scioglieva solo quando c’era molto vento, per far sì che la malinconia si disperdesse nell’aria velocemente.
Alla fine, come in un gioco in cui si invertono i ruoli, eccitata urlavo: “Adesso tocca a me!”
Mi alzavo, sedevo sulle sue gambe, chiudevo gli occhi e con le mie flebili manine iniziavo ad adulare quel viso arido segnato da rughe, simili ai solchi di un campo arato. Toccavo la sua fronte ampia che pareva un mare con le sue onde, il naso grosso e un po’ schiacciato come una patata, le sopracciglia scarmigliate come piume degli uccelli e i suoi occhi rotondi, pozzi di saggezza, che videro le tenebre troppo presto. Un po’ più in basso due labbra sottili con le punte rivolte verso l’alto. Somigliavano a quelle della sua Reneè.

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