Non me ne vado di Settimo Enigma

Fuori concorso

L’alone del mio respiro sul vetro si allarga sempre più. Me ne accorgo solamente quando mi ostruisce la vista. Stacco una mano, come l’altra appoggiata a questo muro trasparente, e lo tolgo come ho tolto quello prima, e quello prima ancora, e quello prima di quello.
Le lacrime no, non le ho ancora tolte. Piango da quando ho chiamato l’ambulanza, da quando “no, non lo so cos’è successo, mi sono girato e l’ho trovata distesa!”, da quando neanche vedevo la strada per arrivare dietro di loro al pronto soccorso, da quando me l’han messa su una barella con una flebo attaccata al braccio e fatta entrare in quella porta laggiù.
Un’ora, forse due di attesa. Porte che si aprivano e si chiudevano al passare di lettighe e carrozzine con sopra uomini o donne sconosciute e di dottoresse che scrutavano parenti o amici seduti sul mio stesso lato, tutti protesi a sperare d’esser chiamati per sapere, per capire, per sperare o disperare.

Il mio turno, finalmente. Sì, dottoressa, sono io… Che cosa… Non è possibile… Come…
Non so come ho fatto a sedermi e a nascondermi il viso con le mani, perché “è un infarto, dobbiamo operarla subito” è un fulmine che attraversa, una scarica di maledizione, una raffica di pugni nello stomaco. Dio fai qualcosa, è il momento di farmi capire che esisti sul serio…
“Se vuole può assistere all’operazione dalla postazione a vetri, l’accompagno?” mi ha detto non so chi, e forse ho annuito. L’ho vista poco prima che le mettessero la maschera, sdraiata sotto il fascio di luce e i capelli racchiusi in una squallida cuffia. L’hanno subito circondata, tutti vestiti di verde. Io qui, e non poter far nulla mi sta dilaniando.
Un altro alone… Basta, fammi vedere.
Il tempo non passa mai, adesso si agita uno, che c’è? Là in fondo una donna piange e urla, neanche mi volto ma la capisco: vorrei farlo anche io, vorrei spaccare tutto, vorrei essere al posto suo su quel tavolo, vorrei che facciano presto e me la riportino.
Se ne vanno. I dottori se ne vanno e qualcuno arriva a prenderla. Dorme, la piccola. Ma… Nessuno esce a dirmi qualcosa? Comincio a vagare per i corridoi per cercare il viso conosciuto di prima, in camice bianco, che m’ha fulminato. Torno a sedermi dov’ero prima, ritrovato in un modo che ignoro, e aspetto. Da solo, stavolta. Solo con la mia speranza.
Ogni porta che si apre mi alzo, è automatico, e alla quarta riconosco chissà come uno dei dottori che era dentro con lei. Gli vado incontro per fargli un milione e mezzo di domande ma neanche riesco a aprire bocca. Ti prego, dimmi qualcosa…
“L’ha salvata lei, chiamandoci immediatamente: oggigiorno se interveniamo nella ‘golden hour’ la quasi totalità degli infartuati si salva. Adesso sarà inserita in terapia intensiva ma presto potrà vederla”
Dio esiste davvero. E in quel momento mi stava parlando, vestito di un camice verde scuro e col sorriso di chi ha appena salvato una vita. Il fulmine di prima è adrenalina, le lacrime mi scendono ancora, ma adesso brillano.
Mi faccio indicare dove sia la terapia intensiva. Quando arrivo davanti al reparto scelgo una sedia e la eleggo a mia residenza. Non me ne vado, amore. Sono qua. Vorrei prenderti la mano, accarezzarti i capelli, farmi prendere per i fondelli e ridere assieme, ma adesso posso solo toccare la tua anima con la mia.
E ti abbraccio.

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