La cucina di Irma Panova Maino

Tema: Il Quadro

Quante volte sono passata davanti a quella tela, senza mai rendermi effettivamente conto di quanto vi fosse rappresentato? Troppe in verità. Talmente tante che ora, qui, ferma davanti al quadro, mi chiedo come possa non essermi resa conto della crudeltà dell’immagine nel suo insieme.
I colori sono scuri, tetri, quasi spenti per non esaltare il dramma. L’unica nota di luce è la candela posta sul tavolo della cucina, sopra una tavolata di legno grezzo in cui spuntano i chiodi, storti e arrugginiti. Anche la fiammella è leggermente storta, come se un refolo avesse scosso l’aria che sembra stagnante e fumosa a causa di un camino quasi spento. L’ambiente è cupo, la camera s’intravvede appena, con i suoi angoli immersi in una tenebra fitta in cui vi può essere nascosto di tutto. Ma non sono le pentole di rame, appese sopra il camino, ad attirare la mia attenzione, né le sedie scostate, disordinate in quell’ammasso di caos e polvere. Non è nemmeno l’uomo, seduto in modo scomposto, con la testa china sul braccio appoggiato alla superficie del tavolo. È l’attizzatoio che stringe nella mano lasciata cadere lungo il fianco, penzoloni e perpendicolare al pavimento sudicio. Quell’arnese la cui punta si perde nel buio delle ombre, sottile e acuminata, anche se non perfettamente visibile.

Tutto l’insieme è desolante, tragico nello squallore dei colori e delle forme, palpabile per quell’orrore nascosto, dal pittore, dietro a una delle gambe dell’unico mobile perfettamente visibile: il tavolo, con le sue prospettive sfuggenti e i contorni resi imperfetti dalla stessa consistenza del legno.
La mano s’intravvede appena, accennata con tinte sfumate e volutamente poco precise, per non essere subito evidente, per non denunciare l’accaduto agli occhi di chiunque riesca a scorgerla. Ed è questa piccola mano a essere la protagonista del dramma.

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