Ora, qui, se solo…

Tema: Il Quadro

Ecco, ora il quadro è finito, ineluttabilmente finito, e quel treno che sfreccia nella notte sigilla la tua tela bizzarra. Piena di tinte fosche negli angoli, con pennellate di rosso e giallo a smorzare quell’oscurità. Non c’è il bianco: la limpidezza, la pienezza della luce; strano, amavi così tanto il bianco e il nero.
Questo quadro lo avevi iniziato tanti anni fa, e come Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Gray” lo avevi nascosto in soffitta, coperto da una tela ruvida di quelle che si usavano per trasportare il fieno quando tu non eri neanche un pensiero nella mente dei tuoi genitori.
Lo hai voluto grande, molto grande, perché potesse contenere le tue paure e i tuoi dolori, ma doveva anche esserci tanto spazio per le tue passioni, per le tue gioie. Così la tela prendeva forma, lontano dagli occhi degli altri, e i colori si mescolavano nel corso degli anni, quelli scuri dell’infanzia negli angoli, perché sarebbe arrivato il sole e doveva avere il suo spazio; infatti lo hai disegnato proprio nel mezzo, con vaghe sembianze di donna e con due raggi che si estendevano per quasi tutta la lunghezza della tela, ma poi i blu e i grigi un poco alla volta hanno ripreso forza e sono sbavati dagli angoli, oscurando tutto, anche la chitarra elettrica coloratissima che tanto amavi ora è una macchia ricoperta da un reticolo nero.

Tutti noi conosciamo quel quadro, nessuno di noi lo ha mai visto, ma riusciamo a scorgerlo nella parte più intima della nostra mente.
E ora, qui, in questa piazza antistante la chiesa di un piccolo paese di montagna, uno stretto all’altro ti aspettiamo, amico fragile.
Il silenzio è inquietante, solo piccoli ricordi impigliati tra le nostre dita, ricordi che facciamo fatica a staccare. Frammenti come schegge: rimpianti, gioie, baruffe, chiacchiere, musica. E la corriera che aspettavamo per portarci a scuola è solo un’immagine lontana, le interminabili partite a carte, le nostre discussioni sulla musica sono diventate mute.
Immersi in questo silenzio ci ritroviamo sommersi dalla domanda: perché? Perché lasciamo scorrere tutto, perché siamo tutti qui ora e non c’eravamo quando ne avevi bisogno?
Siamo ancora gli stessi di allora? I pezzi persi e le maschere che abbiamo indossato ci hanno cambiato?
Siamo tutti come la Nave di Teseo, niente è più originale e tutto è stato sostituito, tranne quell’identità contrassegnata da un nome. Ognuno di noi è stato trascinato dalla propria vita lontano da te, troppo impegnati, e ormai troppo diversi. Le vite si scostano inesorabilmente e quasi non ci fai più caso, un sorriso, un saluto, qualche parola prima di fuggire via verso le proprie incombenze.
Certo, tu non è che ci aiutavi col tuo carattere spigoloso, con la tua testardaggine e con la tua innata intelligenza, di certo mitigate dalla tua espansività e simpatia.
E poi arriva il treno. I ricordi si spalancano e ti fanno capire quanto vuota sia tutta questa frenesia.
Lo so, nessuno è responsabile per un’altra persona e forse nessuno può impedire che tutto ciò accada, ma ora siamo qui, ora il tempo lo abbiamo trovato, ci sentiamo inspiegabilmente vicini come allora, che magra consolazione.
Se solo… riuscissimo a trovarlo per altre occasioni il tempo: per ridere, per vivere, per cantare ancora a squarciagola, per parlarci dentro, per riavvicinare ciò che la vita ha allontanato.
Ma la tristezza è troppo vicina e le parole purtroppo ora non servono più, il quadro in soffitta si riempirà di polvere e forse un giorno quando qualcuno lo scoprirà troverà solo una grande tela bianca. Ciao Ermen.

14 Comments

Comments are closed.