Un cuore piccolo

«Dammi un motivo, uno solo!»
Alice gira furiosamente per la stanza. È nuda, e grosse gocce simili a lacrime le imperlano la schiena e la fronte. La camera è stretta e ingombra di oggetti di scarso valore, vestiti e scatole: ciononostante lei continua imperterrita a rimbalzare tra le pareti, come un puma in una gabbia. Ernesto, disteso sul letto a una piazza e mezzo, cerca di mantenere una parvenza di serietà, ma è innegabile che stia cercando di trattenere una grassa risata.
«E poi te l’avevo detto che questa relazione non era destinata a durare, lo sai tu come lo so io, ho il cuore troppo piccolo per amare qualcuno che non sia me stessa! Quindi smettiamola di prenderci in giro e guardiamo in faccia la realtà».
Alice è buffa quando si arrabbia: incurva le sopracciglia verso la naturale gibbosità del naso, che le dà un’aria tanto austera e superba quando sorride, ma che contemporaneamente la fa assomigliare a un uccello rapace quando è di umore nero; la bocca però è sempre piena e sensuale, anche mentre distribuisce le peggiori maledizioni ai quattro venti, e le fossette ai lati del viso non perdono mai la loro primitiva grazia. I due elementi stridono nel viso a tal punto, che Ernesto immagina sempre che siano due persone diverse a parlare; e forse è per questo che non la prende mai sul serio, neppure quando la sua ira funesta devasta tutto l’appartamento; nemmeno nei giorni in cui sembra che nella camera in penombra si stia aggirando minaccioso un felino mangiatore di uomini, o un tornado: il tornado Alice, per l’appunto.

La ragazza ora urla, ha smesso di camminare e si agita in piedi in un angolo del letto. Lui cerca di concentrarsi su qualche aspetto di lei che non gli desti la minima ironia, o un qualsivoglia moto d’affetto, per non turbarla ulteriormente. L’occhio però cade sulla curva dei seni, sodi e compatti: sembrano essere dotati di una propria autonomia e si muovono a un ritmo diverso da quello che è il respiro di Alice, che ora si è fatto sempre più veloce, come se ci fosse un deficit tra l’aria espulsa dai suoi polmoni e quella che riesce a inspirare nei brevissimi momenti in cui tace. “Probabilmente per riordinare le idee e ricaricare in tempo record le batterie della sua ostinazione” pensa Ernesto.
«Come hai osato, mi chiedo, come! Io fino a oggi mi sono sempre mostrata sincera nei tuoi confronti! Ti ho forse incoraggiato a volere qualcosa di più? Non mi pare! Ma tu… tu ordivi nell’ombra! Tu mi hai preso in giro… tu…»
Ecco: Alice è arrivata al capolinea, come sempre. La pantera smette di ruggire e si fa piccola. Ora sembra sfinita. Si butta nel letto a testa in giù, le braccia allungate sui fianchi, i muscoli privi di ogni tensione che non sia quella, superficiale, dei singhiozzi appena accennati, soffocati dallo strato di lenzuola stropicciate sulle quali preme la faccia.
Ernesto aspetta, in silenziosa attesa, perché sa che non è ancora il momento: la bestia assetata di sangue potrebbe tornare fuori da un momento all’altro, se lui dovesse anticipare troppo le sue mosse. Sa bene quanto Alice detesti farsi vedere fragile, ma sa anche che è proprio questo aspetto di lei che lui ama maggiormente.
I singhiozzi cessano. “Adesso o mai più” pensa Ernesto, e si avvicina furtivo al corpo esanime di lei. Con la mano a qualche centimetro dalle spalle di Alice, quasi a volerle sfiorare la pelle con il solo calore che irradiano le sue dita, aspetta paziente che la donna inarchi la schiena, e solo allora sa di avere il permesso di toccarla. Fa scorrere il palmo sulle vertebre, così perfettamente allineate, accarezza la curva della schiena e si attarda sui lombi: è ancora troppo presto per osare di più .
«Dammi un motivo, uno solo per cui vuoi rovinare tutto…».
Ora la voce di Alice è simile a un sussurro, attutita dalla morbidezza compatta del materasso, e la sua domanda assomiglia quasi a una supplica.
«Perché ti amo».
Ora è Ernesto a parlare: La sua voce è calda e baritonale, e arriva alle orecchie di Alice come una carezza. Lei si gira, lo fissa dritto negli occhi; un lampo le attraversa l’iride, ma è un attimo: si è già arresa, nello stesso istante in cui lui ha parlato, e ogni altra parola è superflua. Chiude gli occhi e si abbandona lascivamente tra le sue braccia, mentre nella mente si affaccia un’immagine di se stessa, davanti all’altare, con l’abito bianco, che sorride a un futuro che non aveva pianificato.
«Terrò il mio bambino» dice, quasi a voler far intendere che la decisione è solo sua e di nessun altro, ma è come se parlasse a se stessa.
«Certo che lo terremo, il nostro bambino» le sussurra Ernesto, per farle capire che lui non ha mai avuto alcun dubbio in proposito.
E il suo cuore piccolo trabocca di un’incontenibile gioia.

14 Comments

Comments are closed.