I limoni di Monterosso

Gusto: Limone

Camilla sgattaiolò fuori dalla porta d’ingresso richiudendola piano dietro di sé, sua mamma non la richiamò tanto sapeva benissimo dove stava andando. Appena fuori Camilla respirò a fondo l’aria immobile e si diresse verso le scale del condominio. I suoi passi erano leggeri e non aveva bisogno di pensare, stava andando nel suo regno protetto. Percorse un breve tratto e imboccò la scala scoscesa di pietra, quella che portava nell’orto.
Adorava quel posto pieno di piante, di fiori, di frutti, di sole e poi lì c’era il suo albero, una vecchia pianta di limone, quello su cui si arrampicava per mettersi a cavalcioni di un ramo. Ascoltava il canto degli uccelli, si immergeva in mondi immaginari o semplicemente odorava la fragranza dei limoni. Lì intorno c’erano anche aranci e mandarini, ma lei adorava il limone con quel suo profumo, quel gusto dolce e aspro. Ogni tanto staccava un frutto e lo sbucciava godendo il tatto della ruvida buccia colma di essenza e poi succhiava gli spicchi, li addentava e li assaporava.
Lo sguardo si perdeva invece oltre il muro di sassi, muro a secco come tutti quelli che vedeva intorno, e oltre quelle pietre si stagliava il mare che dal blu passava al turchese, per assumere appena più in là un’altra tonalità di azzurro.

Mare di Liguria, terra di Liguria. Terra di levante aspra e secca, lenzuola di terreno strappato alla montagna o alla scogliera. Poi scale che salgono, scale che scendono. Scale dai ripidissimi scalini di ardesia antica, che occhieggiano da porte socchiuse per scoraggiare invasori d’altri tempi. E ancora scale, ma di pietre scomposte, che salgono sulla montagna, costeggiate da muri sbrecciati coperti di rovi di more selvatiche e più in là tronchi contorti di ulivo che offrono le loro piccole foglie argentee al sole, le piante di limone con i loro frutti gialli a fare da contrasto. Raggiungere la sommità e godere della vista di quel mare, mentre l’odore salmastro si mescola a un aroma delicato che si sprigiona dai cespugli di ginestra battuti dal vento.
Grandi poeti hanno fissato nei loro versi immortali questa pienezza e hanno sussurrato con voce commossa queste bellezze nel mondo.

Camilla non capiva tutta questa meraviglia, semplicemente respirava tutto, lo faceva suo, e quegli spicchi di limone fra le mani incarnavano il suo tempo ligure, in fin dei conti era solo una bambina ignara del proprio futuro.
Quanti giorni passati su quell’albero, ma ancora di più quelli passati lontano da lui. Strappata troppo in fretta da quel mondo Camilla è cresciuta, è diventata donna tra altri odori, altri alberi, altri sapori.
Ora alte montagne si stagliano all’orizzonte e le verdi distese sono ripide, coperte di pini e faggi, prive di muri, anche i sassi sono diversi. Dolomiti, eterne e severe. Uguale sfolgorante bellezza in un contenitore diverso.
Eppure Camilla è una persona fortunata perché conserva due mondi, uno in cui vive e uno in cui si tuffa ogni volta che sente il profumo del limone. Ora i frutti non sono buoni come quelli del suo albero, ma hanno quasi lo stesso identico odore, sono più aspri ma conservano perlomeno l’essenza primordiale.
Tutte le mattine Camilla si versa un bicchiere d’acqua e vi spreme il succo di un limone, beve rabbrividendo. E in un secondo accade che, alzando gli occhi verso le pareti di casa, veda il mare, di tutti i colori: azzurro, blu, turchese.
In quegli attimi impalpabili le onde si infrangono e accarezzano senza sosta lo scoglio che affiora sul suo cuore, riportandola ad altri giorni, ad altri spicchi di limone.

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