Desiderio di felicità

Gusto: Cioccolato

La giornata era stata un inferno su tutta la linea. La quotidiana e frustrante ricerca di lavoro era stata coronata dalla classica cigliegina. La lancetta della benzina era crollata in un rosso così profondo che la vecchia carretta non era più ripartita, abbandonandomi sotto al sole cocente e a trenta chilometri da un benzinaio. Quando finalmente ero arrivata a casa, il sudore scivolava copioso tra le mie spalle e i capelli erano appicciati sulla mia fronte umida. Ero pronta per incontrare l’uomo della mia vita, insomma.
Il frigorifero era vuoto come sempre. Incredibile come riuscissi a non perdere nemmeno un chilo di grasso corporeo non facendo mai la spesa.
Una delle mie tante inutili doti, suppongo.
Le mani iniziarono a tremare verso sera. Non era inusuale. Sebbene fossero ben settantadue giorni e cinque ore che non ne facevo uso, (ma chi tiene il conto, no?) il mio corpo a ogni dannato tramonto mi ricordava i suoi bisogni.

Cercavo sempre di resistere ma era dura. Iniziava sempre allo stesso modo: tremore alle mani, giramenti di testa, palpitazioni.
Al Centro mi avevano insegnato tecniche per superare le crisi, ma trovavo che respirare come un mantice mi facesse solo andare in iperventilazione e aumentasse i miei stati d’ansia. Cosa tutt’altro che utile.
Quella sera la crisi si annunciava peggiore di altre. Capitava spesso se la giornata era stata uno schifo.
Il divano e la televisione non erano una distrazione sufficiente. Non pensavo che al suo sapore e alla sensazione che provava il mio corpo quando la sostanza entrava in circolo. Era felicità allo stato puro! La anelavo e ne avevo bisogno.
Come avevano potuto renderlo illegale?
Il cuore mi batteva sempre più forte e ansimavo come un maratoneta. Avrei potuto chiamare il mio tutor, ma no, non volevo parlare con nessuno, volevo solo sentire quel piacere ancora. Una volta ancora e sarebbe stata l’ultima, ne ero certa. Un ultima piccola scappatella al programma, non l’avrebbe mai saputo nessuno.
Prendere gli ultimi soldi rimasti, quelli per la bolletta della luce, le chiavi di casa e correre fuori mi portarono via non più di un minuto.
Quello dopo correvo nel vicolo sotto casa, nascosta dalle tenebre amichevoli complici della mia pazzia.
Corsi fino al parco buio, il fiatone mi spaccava il fianco e il petto con fitte lancinanti ma non mi importava.
Ero terrorizzata. Ero eccitata.
L’adrenalina pompava impazzita nel mio sangue mentre, stringendo forte le banconote sudaticce, cercavo Jack, nascoto tra i cespugli e gli olmi.
Non c’era. I miei occhi scattavano in ogni direzione preda del panico e quando una mano mi toccò la spalla non riscii a trattenere un urlo breve ma acuto.
Jack era alla mie spalle e sogghignava.
“Non ci sei riuscita a starne lontana eh?”
La rabbia mi crebbe dentro come un onda di violenza e frustrazione.
Gli cacciai i soldi in mano e afferai il pacchetto che mi porgeva con dita rapaci.
“Fatti i cazzi tuoi, Jack.”
Lo sentii ridere mentre correvo via nella notte. Tremavo così tanto che non riuscii nemmeno a raggiungere casa.
Un vicolo sporco e deserto andava benissimo per un piccolo assaggio.
Mi appoggiai al muro scartando con cura il pacchetto. Ero calma e pregustavo il momento. Finalmente avrei provato ancora quella gioia eterna e sublime.
Un piccolo suono come di ghiaccio che si spezza e un quadratino vellutato e scuro cadde sulla mia lingua.
Chiusi gli occhi assaporando senza fretta. Gusto vellutato e caldo, si sciolse con esasperante lentezza rilasciando tutti i sapori delle fave da cui era nato. Il piacere era un crescendo lento e sinuoso, come un orgasmo da lungo tempo atteso. Le endorfine entrarono in circolo, il cuore smise di battere per un secondo mentre con gli occhi chiusi, assaporavo il gusto del cioccolato che si scioglieva lento tra le mie labbra. Questa era gioia allo stato puro e la felicità, come si sa, ha sempre un prezzo.

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