Domenica pomeriggio di Cinzia Morea

Domenica pomeriggio di Cinzia Morea

Domenica pomeriggio di Cinzia Morea

– Ventitre verticale: è incomprensibile ai più… –
L’uomo sulla poltrona distese le dita dei piedi nelle ciabatte consunte e mordicchiò pensoso l’estremità della matita a mina morbida B2; la luce tonda diffusa da sotto un paralume, pioveva, dallo scrittoio, sulla pagina di un settimanale di enigmistica:
“Cosa può essere?” rimuginò “la scienza?
No, sono sette lettere, non sei. Vediamo…”
– Quattordici orizzontale: uno strumento da falegname:
“M… 2 lettere, T… MATTARELLO non è… MARTELLO!”
L’uomo scrisse con tratti decisi la parola sullo schema concluso per metà, la punta della matita si spezzò:
“Maledizione! Dov’è il temperino?” guardò, senza trovarlo, nel portaoggetti sullo scrittoio.
“Dove lo hanno messo?”
Si alzò e rovistò in un cassetto fino a trovare un’altra matita, poi si riaccomodò sulla poltrona con un sospiro pesante.
– Sedici orizzontale…
Oh, questa è facile: LUNA. Quindi il ventitre verticale ha una L in terzultima posizione e finisce con A. Mhh, forse RIVOLTA? No, troppe lettere… E adesso cosa c’è!”
Suonavano il campanello. L’uomo si alzò posando la rivista sullo scrittoio con un gesto stizzito. Era robusto, avvolto in un vecchio pullover dai polsini slabbrati che scendeva a coprire consunti pantaloni di velluto a coste. Doveva esservi affezionato a quegli abiti, erano indumenti consumati al punto giusto da far sentire a proprio agio chi li indossava. Aveva le mani molto curate, come i capelli, ma non era sbarbato.
Lasciò sola la poltrona, e la luce che da sotto il vetro verde riverberava calma e accogliente.
Imboccò il corridoio buio e stette via a lungo.
“Bene, dove eravamo rimasti?” sospirò quando poté ripiombare nell’abbraccio della sua poltrona “ah, sì: è incomprensibile ai più. Dunque… questa è: la targa di Latina: LT, dunque la parole che mi manca è, uhm… L L …A: FOLLIA! Non può essere che quella.”
Sorrise, aggiungendo le lettere mancanti, il sorriso beato di un bambino soddisfatto.
“Ed ora… vediamo, cosa resta da risolvere?” completò lo schema. La luce grigia del pomeriggio di dicembre era quasi del tutto svanita quando finì e il sorriso tondo dell’abat-jour risaltava più brillante.
“Bene” l’uomo ripose la rivista in un cassetto “sono stato all’altezza, come sempre. Ora mi concederò un caffè.”
Uscì dalla stanza ed inciampò in qualcosa nel corridoio davanti alla porta.
“Ma cosa diamine…”
Si fermò disorientato. Non era sua abitudine lasciare oggetti sul pavimento. Era una persona ordinata.
Schiacciò l’interruttore, illuminando di una luce fredda il pavimento bianco come quello di una sala operatoria: un corpo riverso occupava l’angusta anticamera, una scatola di biscotti fatti in casa giaceva al suo fianco.
“Avevo dimenticato” si rammaricò.
“E adesso cosa ne faccio di lei?”
Afferrò la donna esanime da sotto le ascelle. Non fu difficile da spostare. Minuta e delicata sarebbe stata una creatura affascinante. In altre circostanze.
In quel momento lui aveva altri pensieri che non l’aspetto della sua ospite: “è incomprensibile ai più” recitò. Poi sorrise.
Era proprio una definizione azzeccata.
Lui non poteva davvero capire quale stupida follia avesse spinto quella donna a venire a disturbarlo proprio nel corso del suo sacro relax della domenica pomeriggio.

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E tu chi sei? di Stella Castolo

E tu chi sei? di Stella Castolo

E tu chi sei? di Stella Castolo

Sonnecchio beata sotto il tocco dolce e leggero della tua mano. È inutile, non c’è nessun altro al mondo che sappia coccolarmi come solo tu sai fare. Starei ore e ore qui, sola con te, di fronte al camino, mentre fuori pizzica di vento e freddo. Tu mi sussurri parole nuove, non so esattamente cosa vuoi dirmi ma il tono promette bene. Tiro un lungo sospiro di godimento, mentre continui a ripetermi: “Fra un po’ arriva”. Mi piacciono le tue paroline, infondono tranquillità ed io mi sento sempre di più amata e al sicuro sotto le tue carezze.

Ops! Quello strano suono significa che sta entrando qualcuno nella nostra casa; orecchie tese, mi alzo di scatto e corro verso la porta, inseguita da te che continui a ripetermi: “Sally sei contenta? E’ arrivato Chucky”. Il tono della tua voce è sempre più dolce, ma io mi sento confusa, sono un misto di curiosità e diffidenza. Avvicino il mio muso il più possibile all’uscio, finalmente la porta si apre e subito vengo investita da un uragano. C’è la mia amica adorata di giochi che con il suo solito fare mi urla di gioia: “Ciao Sally”. Ma stranamente non riesco a metterla al centro dei miei pensieri, perché ha qualcosa di strano e di diverso oggi e sicuramente non è lei ad essere l’uragano. Un piccolo impiccione mi viene incontro con fare irruente, saltandomi addosso come se avesse visto qualcosa di spettacolare. In realtà io lo sono, ma lui sembra piuttosto appiccicoso e intraprendente. E no, non va così la vita, questa è la mia casa, perciò mettiti in un angolo a cuccia e fai il bravo con me. Mi faccio sentire con la mia voce, perché non penso abbia capito che con me deve fare il bravo, quindi il mio ‘grrr’ glielo farà capire sicuramente.

“No Sally, lui è Chucky, il tuo nuovo amico”. Non so cosa stia farfugliando la mia amica, ma non mi piace per niente. Di sorpresa vedo correre il suo amichetto per tutto il mio territorio, come preso da un raptus e finire direttamente verso le ciotole.
“Ehi quelle sono mie, non ci provare”. Ma il guastafeste ha già messo le sue orecchie lunghissime sulle mie crocchette. Ho capito, meglio che gli faccia capire sin da subito che qui chi comanda sono io. Mi avvicino in modo lento ed elegante e con la zampa lo butto per terra, mentre lui finalmente vinto si sdraia girandosi di pancia all’aria, immobile e sottomesso. Incomincio ad annusarlo e mi rendo conto che tutto il suo corpo ha la stessa grandezza della mia testa. Sento come se provenissero in lontananza due voci distinte, che sanno tanto di raccomandazioni, ma io non le sento, ora ho ben altro da fare. Continuo con la mia ispezione, mentre la mia preda persiste a rimanere ferma, bloccata sotto il mio naso indiscreto, proprio come io desidero. Poi improvvisamente mi sento tirare e allontanare dalla mia trottola vivente, che sfugge e conquista la mia pallina.

Questo non lo può fare, gli vado incontro e gli sottraggo il mio gioco in due secondi netti. Incomincio a correre sperando che possa inseguirmi, anche se mai e poi mai gliela darei vinta, qui la campionessa di casa sono io. No, non posso crederci, questo non può farlo. Lascio cadere di colpo la palla dalla mia bocca, mandandola a finire in chissà quale angolo della stanza, ma ora poco mi importa; il mio sguardo è attirato totalmente dalla mia padrona che rivolge parole affettuose al nuovo intruso. Li raggiungo velocemente sistemandomi in mezzo a loro e incominciando ad annusare di nuovo il pelosetto, che appena si accorge della mia presenza, si mette seduto sull’attenti. Cerca di fare tenerezza con i suoi occhioni su chi è mia e ci riesce benissimo.
“Ehi, non ci provare” mentre affondo di nuovo la mia zampa su di lui, anche se mi ritrovo con grande mio stupore a scodinzolare.
“Piano Sally”.

Il tono della mia padroncina questa volta é serio e capisco che è meglio non fare scherzi e mettermi buona buona, mostrando un’apparente indifferenza. Sento una mano accarezzarmi, è tutto sotto controllo.
“Zia io vado, è tardi. Ciao Sally, domani io e Chucky torniamo a giocare con te”.
La mia amica mi regala le sue moine, le mie preferite e la vedo andare via, portandosi dietro quell’impiccione.
Rimango ferma mentre sento di nuovo accarezzarmi. Scopro con immensa felicità e con un peso di impiccio in meno, che sono ancora la cocca di casa ed io non posso che scodinzolare e stendermi zampe all’aria, sotto la magia di quelle mani che amo tanto. Chiudo gli occhi in estasi, finalmente sole, protagonista io e solo io della sua vita, del resto anche se Chucky, penso sia questo il suo nome, dovesse tornare, resterei sempre io il centro del mondo della mia padrona. Il resto è pura follia.

Follia di Luisa Cagnassi

Follia di Luisa Cagnassi

Follia di Luisa Cagnassi

Mi assilla questa sete di te
struggente ossessione
ovunque ti anela ti cerca,
carezza di uno sguardo,
un abbraccio a dirmi
la esaltante mia follia.

Affetto intenso e vitale
non sbiadisce nel tempo,
arida foglia d’autunno,
incede nella passione
di ieri, risveglia i ricordi
torno a giorni più ardenti.

Non concedo si perdano
nell’inesorabile appassire,
breve ormai è il tragitto
l’istante che ancora rimane
la godo, smarrirla non posso
adesso brucia il rimpianto .

Vivo per amarti follemente
di giorno, di notte, ogni ora
adesso, stanotte o domani
ti bramano ingenui gli occhi
e le mani si cercano tremule
poi eterna giungerà la pace.

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L’acchiappasogni di Maena Delrio

L’acchiappasogni di Maena Delrio

L’acchiappasogni di Maena Delrio

Fuori concorso

Un folle, ecco cos’era l’acchiappasogni. Ne avete mai visto uno? Sono esseri di indefinibile bellezza, ma con occhi vuoti come voragini, tanto profondi che se ci guardi dentro hai paura che ti possano risucchiare via l’anima. Mostri travestiti da musicanti, hanno voci suadenti, per attrarre a sé i sogni, e unghie affilate come rasoi per tagliarne i fili che li collegano al mondo. E i denti, dovreste vederli! Lunghi, lucenti, taglienti come lame, pronti a divorare speranze e illusioni della gente.

È una lucida follia, quella che spinge gli acchiappasogni: se non possono sognare loro, neppure gli altri hanno il diritto di farlo. Il mostro del quale vi racconterò era il peggiore di tutti: rubava i sogni dei bambini. Sapete, quelli al sapore di cioccolato e muffin, del colore dello zucchero filato, lievi come nuvole, che aleggiano sopra le teste di quelle dolci creature umane per le quali la vita altro non è che un mondo di scoperte ed emozioni… Ecco, il nostro demone si muoveva nell’ombra, dietro a un albero al parco, sotto una panchina, vicino a una culla. Aspettava il momento giusto, e con i suoi artigli carpiva le fantasie degli infanti.

A una rapida occhiata pareva non fosse successo nulla: per qualche istante la vittima stessa non si accorgeva dell’accaduto, e continuava nelle sue attività quotidiane; a un esame più attento della scena, però, si poteva notare il sorriso del bimbo derubato spegnersi in pianto, il colorito acceso delle guance impallidire, mentre la cruda realtà occupava a forza il suo cuore e infrangeva ogni desiderio, deturpandone la candida innocenza. In quel momento il ladro era già scappato, lasciando dietro di sé una scia di cupi presagi. Muovendosi come un’ombra, la malvagia creatura strisciava fino al suo castello di disillusione, in cima al monte più alto del mondo, e lì aveva inizio la lenta agonia: sezionava le fantasie che aveva rubato con bisturi affilati, affondava i denti nelle parti più tenere, frantumava, spremeva via ogni goccia di colore, lacerava, fino ad arrivare ai cuori pulsanti delle aspirazioni della gente.

E a quel punto si fermava, e aspettava: in religioso silenzio, guardava l’essenza dell’illusione che lentamente agonizzava, fino a che la fievole luce che fino a quel momento aveva resistito alle torture, si spegneva. Era quella l’apoteosi del delirio del pazzo! La bocca dell’acchiappasogni si apriva in un macabro sorriso, e una risata gutturale usciva dall’antro cavernoso della sua gola, mentre vi calava l’ultimo sogno spezzato. Ogni anima malvagia però è destinata a perire; presto o tardi, incontra sulla strada della perversione e della cattiveria qualcuno pronto a sfidare la sua perfidia. Fu per questo motivo che, in un giorno indefinito e in un tempo nebuloso, qualcuno bussò alla porta del castello. Il suono del pesante battente rimbombò tra le mura spesse, rese invalicabili da una fitta coltre di brutalità, che si propagava dalle fondamenta fin sulle alte torri. L’acchiappasogni, che stava preparandosi a banchettare con l’ennesima vittima, trasalì.

Per un istante non capì da dove provenisse quel rumore, tanti erano i millenni che si erano susseguiti senza che nessuno mai si presentasse al suo cospetto. E l’iniziale stupore si trasformò in confusione e poi in rabbia quando, aprendo il pesante portone, vide che il suo lauto pasto era stato interrotto nientemeno che da un bambino. Ma non un fanciullo qualsiasi: era colui che aveva formulato l’ultimo sogno, quello che ora il mostro si accingeva a divorare.
«Ridammelo, è mio!»

La bestia rise del coraggio del moccioso, che non solo aveva avuto l’ardire di presentarsi al suo cospetto, ma addirittura pretendeva la restituzione di ciò che gli era stato sottratto, e tendeva in avanti il braccio con il palmo della mano rivolto verso l’alto.
«Ridammelo, ho detto»

L’acchiappasogni urlò di rabbia, e aprì la bocca in un ghigno demoniaco, pensando che questo sarebbe bastato per scacciare il bambino. Ma quando la chiuse, lui era ancora lì, con la mano tesa.
E fu allora che se ne accorse. La luce dell’essenza del sogno aveva ricominciato a pulsare, e diventava sempre più calda tra le sue dita ossute. Una sensazione mai provata, di puro terrore, cominciò a fare breccia tra le crepe dello spirito dannato. Il lettore si chiederà come questo potesse costituire un pericolo per la bestia. Niente di più semplice, in realtà.

È una banalissima reazione chimica: l’animo di ghiaccio di chi infrange le speranze della gente nulla può contro la calda passione di chi crede nei sogni nonostante le difficoltà, di chi sa che il sole c’è sempre dietro le nuvole, anche nei giorni di pioggia; di chi guardando le stelle non vede semplici astri, ma immagina di cavalcare il Grande Carro sulla via Lattea.
E mentre l’acchiappasogni lentamente si scioglieva in una nube di vapore che svaniva trasportata dal vento, un bambino saltava giù dalla montagna e riprendeva la strada di casa, col suo bellissimo sogno colorato stretto sul cuore.

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L’illustratrice di Renata Morbidelli

L’illustratrice di Renata Morbidelli

L’illustratrice di Renata Morbidelli

Mi hanno tolto le matite e i pennelli, così il mio potere non potrà più sprigionarsi, dicono, ma loro non sanno che ho una scatola di pastelli e un’infinità di fogli sotto al letto. Lì non hanno mai guardato e, quando tutti dormono, riprendo a creare il mio mondo incantato. Ah scusate, non mi sono ancora presentata, sono Sarah e faccio l’illustratrice.

Fin da quando ero una ragazzina, ho la passione per i disegni e, crescendo, sono diventata una grande illustratrice fantasy. Una mattina, mentre disegnavo, è accaduta una cosa strana: appena finito l’ultimo tratto dell’elfo che stavo facendo per la cover di un libro, la creatura ha girato la testa e mi ha fissata per qualche istante negli occhi. Dato che stavo disegnando da qualche ora, credetti che si trattasse di un’allucinazione. Distolsi lo sguardo, mi stropicciai gli occhi, mi sciacquai il viso e ripresi in mano il foglio. Subito dopo lo posai sconcertata e leggermente spaventata: l’elfo s’era mosso ancora. Stavolta aveva fatto un passo all’interno del bosco. Anche le foglie degli alberi s’agitavano al vento. Lo spavento per ciò che i miei occhi avevano appena visto fu tale da decidere di uscire per qualche ora di casa e prendere una boccata d’aria fresca. Avevo lavorato molto in quei giorni e la stanchezza accumulata poteva avermi giocato brutti scherzi.

Quando tornai, il disegno era cambiato ancora. A quel punto non avevo dubbi: avevo il potere di dare vita alle mie illustrazioni. Una strana sensazione, mista fra timore ed eccitazione iniziò a far vibrare la mia anima. Avevo, letteralmente, il potere di dare vita a un mondo nuovo. Dovevo solo disegnarlo e poi sarebbe stato tutto reale. Elettrizzata all’idea di poter creare il mio mondo, iniziai a disegnare. La matita sembrava viva fra le mie dita. Era quasi come se le creature uscissero direttamente dalla mia fantasia e si trasferissero sul foglio. Quando l’ultimo tratto era stato disegnato, le creature magiche prendevano vita e saltavano fuori. Non stavo più nella pelle dalla contentezza e non riuscivo a smettere di disegnare. Tutto fu meraviglioso fino a che non disegnai una famiglia di draghi che volavano. Quando uscirono dal foglio fu disastroso: iniziarono a solcare i cieli della mia città e io corsi fuori casa in preda al panico.

“È colpa mia” iniziai a ripetere terrorizzata in mezzo alla gente mentre fissavo i miei draghi che sputavano fuoco sui palazzi e sulle auto. Finalmente vidi un poliziotto in lontananza e lo chiamai. “È tutta colpa mia” ripetei. “I miei draghi stanno devastando la città.”

“Ma noi non vediamo niente, signora.” mi risposero. “Aspetti qui, che le chiamiamo immediatamente qualcuno.” Entro un’ora giunse un’ambulanza con un medico e un paio d’infermieri e mi dissero che dovevo fare qualche accertamento perché, probabilmente, stavo poco bene.

Da allora sono chiusa in questa stanza dell’ospedale psichiatrico… non ho più le mie matite magiche, ma la notte questa stanza si popola di tutte le creature che, nel tempo, ho disegnato. L’altra notte il mio elfo mi ha detto che mi farà uscire da qui. Usciremo insieme… io e le mie creature. Saremo tutti nuovamente liberi.

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