Mancanza di Maena Delrio

Tema: L’altro

Ti ho vista. Stavi rientrando a casa. Sei scesa dallo scooter, ti sei tolta il casco e ti sei girata. Hai quel vezzo… con la mano destra, quello di spostarti i capelli sulla fronte lisciandoli con la punta delle dita. Lo faceva sempre anche lei. E’ in quel momento che ti ho riconosciuta. Tu hai puntato gli occhi nella mia direzione, ma non ti sei soffermata su di me. Ho sentito il tuo sguardo trapassarmi il cuore e fissarsi su un punto dietro le spalle, oltre il muro di mattoni rossi e calce al quale ero appoggiato. Sei bella: me l’aveva detto lei, in uno dei suoi momenti di lucidità; quando smetteva di farsi e mi fissava con quegli occhi vuoti, che cercavano nei miei un conforto impossibile. Non so perché sono qui: credo che saresti terrorizzata, o forse proveresti pena per me, se ti lasciassi lo spazio necessario per entrare dentro la mia vita. Non penso che potresti starci comoda, però: non sempre il vuoto è sinonimo di ampiezza. Anzi, posso affermare con certezza che certe cavità dell’animo umano, per quanto all’apparenza vacue, siano impregnate di un tale veleno da risultare inabitabili. Tanto più che la profondità della voragine che ho dentro, è inversamente proporzionale all’unico ingresso dal quale si possa entrare.
Mi sono sempre chiesto perché la sorte avesse lasciato me a tenerle la testa mentre vomitava sul cesso tutta la sua solitudine insieme all’alcool, e non te. Ero arrabbiato per questo. Questa domanda la dovrei rivolgere al fato, e non sono nemmeno tanto sicuro di ottenere la risposta. E, in fondo, probabilmente non mi piacerebbe sentirla.
Ieri ti ho seguita. Camminavi in centro insieme a quelle debosciate delle tue amiche. Non capisco cosa ci faccia tu, in mezzo a loro. Forse lo fai apposta: cerchi di mimetizzarti. Credo che inconsciamente tu sappia da quale abominevole ventre provieni, e il circondarti di sciacquette sia la risposta automatica alle tue origini. La reazione ovvia alla mancanza che ti contraddistingue.
Ricordo perfettamente il giorno in cui nascesti. Ero un bambino anch’io. Molto saggio, diceva nostra madre. Quella mattina l’aveva ripetuto tante volte: «Quanto è saggio il mio ometto». E mentre lo diceva si contorceva sul letto madida di sudore; l’odore di urina e feci mescolati a quello metallico, di sangue, a impregnare l’aria. Io ero in un angolo e non fiatavo. Ricordo che per non pensare a mamma che urlava, avevo concentrato la mia attenzione su una vecchia crosta sul ginocchio, e la scavavo con le unghie nere di sporcizia, sempre più forte, sempre più in fondo.
Ho continuato a farlo anche quando ho sentito bussare alla porta, prima piano, poi con più insistenza. Mi è rimasta una cicatrice a forma di stella. Ogni volta che la guardo, li vedo. Quegli uomini che entrano, la prendono mentre si dimena, graffia, sibila: una leonessa. Pronta a uccidere tutti quelli che si avvicinano ai suoi cuccioli. Ha combattuto, per noi: sopratutto contro se stessa. In ospedale mi hanno permesso di vederla, per qualche minuto. Era girata su un fianco e aveva dei tubi attaccati al dorso delle mani. Senza voltarsi mi ha detto che ovunque ci avessero portato, lei sarebbe tornata a riprenderci. Non ha mantenuto la promessa. Sono sicuro che ci abbia tentato, però.
Da piccoli vediamo i nostri genitori come supereroi, crediamo a quello che dicono, abbiamo per loro una sorta di fede equiparabile solo a quella per una divinità. Crescendo, ci rendiamo conto che non è così, eppure è l’illusione che ci permette di sopravvivere al mondo.
La mia, comunque, è durata poco: affidi sbagliati, il centro di correzione, le cattive frequentazioni. Poi, una fredda mattina di novembre, mentre girovagavo senza meta tra i parcheggi dei casermoni popolari, l’ho incontrata. Frugava dentro i bidoni della spazzatura. Quando i suoi occhi hanno incrociato i miei, ho capito che mi aveva ritrovato. E la rabbia è svanita, lasciando il posto a un’infinita malinconia.
MI hanno detto che, quando hai saputo di essere stata adottata, hai fatto delle ricerche. Ti hanno confermato che avevi un fratello, da qualche parte. Qualcuno che potesse colmare la parte mancante, raccontarti la tua fetta di sofferenza. La stessa che, fortunatamente, ti era stata esentata alla nascita, mentre venivi portata via dagli assistenti sociali, avvolta in fasce color rosa confetto. Hai ripetuto mille volte agli operatori: «L’altro, che fine ha fatto? Se eravamo in due, dov’è finito mio fratello?».
Eccomi, sono qui.
E’ strano come i legami di sangue siano tanto necessari quando non si conoscono. Io non farò mai parte della tua vita, sorellina. Non credo che ti piacerebbe avere un fratello come me. E nemmeno penso di essere portato, per quel ruolo. Prima che morisse, però, ho raccontato a nostra madre di quanto è diventata grande la sua bambina. Ha sorriso. Ho ragione di pensare che alla fine il suo incubo le abbia dato tregua. Come ti dicevo, certi vuoti non si colmano. Ma la rabbia alla fine si placa, e il dolore, quello che viene dopo, almeno ti fa sentire vivo. E nient’altro conta.

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4 Comments

  • maena

    Grazie a tutti. Nel seguito che vorrei, il fratello riuscirebbe a riscattarsi, e la sorella ad avere una famiglia sua, dove sentirsi parte di un insieme senza più punti oscuri a renderla incompleta. Ma poi penso che queste cose accadano solo nei sogni.

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