Una giornata di calma cercata

Tema: Inferno

Passeggiavo a piedi nudi sulla sabbia. Il sole picchiava forte sulla mia testa e quasi mi bruciava le spalle ancora rifugiate sotto la maglietta.
Cercavo un posto tranquillo dove affondare il mio ombrellone, sufficientemente lontano dal vociferare dei bambini.
Percorsi tutta la spiaggia fino infondo, sembrava che si fossero messi tutti d’accordo, là dove trovavi la coppia di anziani intenti a fare le parole crociate e leggere il giornale, immediatamente in parte sostava la nidiata di 25 pargoletti tutti intenti a correre, a lanciare la palla, o a reclamare il proprio pasto a pieni polmoni.
Non ne ero infastidita, di norma, trovo piacevole questo tipo di alternanza, è come guardare il ciclo della vita al completo racchiuso in cinque metri quadrati, è divertente, solo che oggi sentivo una vera e propria necessità di farmi accompagnare dalla pace.
Risalii gli scogli e cercai su altre rive. Passai tre bagnasciuga diversi prima di approdare su un antro spiaggiato dove bastava la mia asciugamano a riempirlo.
Un idillio, mi piazzai nel mezzo e affondai il mio parasole nella battigia.
Mi spogliai, spalmai la crema, presi il mio tablet mi stesi sulla mia “due piazze” raffigurante uno splendido giaguaro nella giungla, un cuscino gonfiabile sotto il collo e, finalmente all’ombra, mi dedicai alla lettura di “L’anamotista” di Diana Lama.
Non durai molto, la brezza del mare mi accarezzava le guance, il vociare era così lontano da sembrare una musica sottile e li suono delle onde mi dondolava come fossi realmente cullata.
Partii così per un sonno lontano e profondo.
Ricordo di aver sognato una lunga tavolata, quasi infinita, a stento riuscivo a scorgere il viso del capotavola, intorno alla quale erano seduti i miei parenti, tutti quanti, quelli ancora in vita e anche quelli che, col tempo, se ne sono andati. Discutevano animatamente, sembrava una di quelle riunioni in cui bisognava prendere una decisione importante, di vitale importanza, ma ognuno di loro aveva una propria opinione in contrasto con tutti gli altri e il risultato era una confusione assoluta senza né capo ne coda.
Arrivai dal nulla al cospetto di questa adunanza e di colpo tacquero tutti, lo sguardo era cupo e severo, qualcuno addirittura si alzò additandomi, il tutto in un silenzio quasi tombale.
Cominciai a sudare, quasi colpevole di chissà quale oscuro reato avessi commesso, sprofondai nell’angoscia più nera e non ostante tutto, con un fil di voce, riuscì a dire un fievole “Buongiorno”, poi tutto svanì, così, di colpo, come si era presentato. Tutto tranne il sudore, sentivo caldo, un caldo atroce, rovente.
Mi svegliai di soprassalto, ansimante e grondante, col sole già alto, un’ustione di terzo grado su tutto il corpo, la testa che girava come se avessi bevuto otto litri di vodka e tutto lo smarrimento che ne consegue. Chiamai un’ambulanza.
Pare che il mio ombrellone avesse preso il largo ancora tre ore prima con un soffio di vento.
A tutt’oggi non so se ritenere più terrificante l’essermi sentita scaraventare tra le fiamme dell’inferno dai miei, senza neppure avere un equo processo dove far valere le mie eventuali ragioni, o la sensazione d’esserci davvero stata, all’inferno intendo, al mio risveglio.

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