Zang Li va a scuola

Tema: Gelo

Ao, così l’aveva chiamata. Una mattina le si era parata davanti sulla strada che conduceva alla scuola, con la sua folta pelliccia dorata, gli occhietti neri e il nasino schiacciato. L’aveva fissato a lungo, senza spostarsi di un millimetro, finché il bambino non le aveva dato un pezzetto del pane che teneva in mano. Solo a quel punto la scimmietta l’aveva lasciato passare. Ao era il diminutivo di Ao Man Te, arrogante: in fondo, con un caratterino simile, le calzava a pennello, non trovate?
Zang Li camminava a passo svelto sulla neve, lasciando dietro di sé impronte profonde. Sapeva che per arrivare a scuola avrebbe dovuto affrettarsi e uscire dalla foresta, e se non avesse aumentato il passo sarebbe arrivato in ritardo un’altra volta. Il maestro Chong non amava i ritardatari; e lui, nonostante non venisse mai sgridato data la particolare situazione in cui viveva, non aveva nessuna voglia di rischiare di sperimentare le punizioni che l’aveva visto infliggere ai suoi compagni. Per questo motivo rimase visibilmente seccato quando la scorse su un ramo: Ao era lì, in panciolle, in attesa che Zang facesse la sua comparsa.
«Ancora tu! Sciò, vattene, non vedi che sono in ritardo?»
La scimmietta saltò giù: era piccola, in altezza non gli arrivava al ginocchio. Eppure sapeva essere testarda e irritante come pochi. La temperatura era mite nonostante l’abbondante nevicata della notte precedente: il sole aveva fatto capolino dietro la montagna e scaldava i pochi centimetri di pelle del viso del bambino che non erano coperti dal pesante copricapo e dal mantello. Anche la scimmia sembrava a suo agio sulla neve, nonostante il gelo. Zang si chiese però se Ao non sentisse freddo, mentre affondava le zampette nel manto candido, ne prendeva una manciata e lo annusava, per poi assaggiare i cristalli con la punta della lingua.
I rinopitechi, è risaputo, sono scimmiette particolarmente curiose, e quella non faceva certo eccezione.
«Senti Ao, oggi non ho nulla per te. Nemmeno io ho fatto colazione, nonna Mei era ancora addormentata quando sono uscito, mi dispiace.».
Nonna Mei era la nonna materna di Zang. Aveva un’età indefinibile tra i settanta e i cento anni, ma alla domanda sulla sua data di nascita, nemmeno lei sapeva dare una risposta precisa. Fino a pochi mesi prima era stata bene; poi improvvisamente si era ammalata, e adesso era il nipote a doversi occupare di lei. Tutto questo raccontò Zang ad Ao quella mattina, mentre si faceva strada tra gli alberi.
La scimmietta pareva incuriosita dalla voce di Zang. Inizialmente lo seguì a debita distanza; poi, sempre più vicino. Cautamente gli si affiancò, si aggrappo’ al mantello e saltò sulla sua spalla. Il bambino si fermò: per quanto fosse di fretta, non potè fare a meno di sorridere. E fu ancora più sorpreso quando ricominciò a camminare, e Ao rimase lì dov’era, aggrappata alla sua schiena.
«Certo che sarebbe bello, poter raccontare ai miei fratelli di te, mia piccola amica»
Gli occhi di Zang si fecero tristi. Due grosse lacrime tracimarono dal bordo dei suoi occhietti a mandorla, e finirono per gelare sulle guance. Pensò alla sua famiglia, lontana, in Italia. Pensò ai fratelli che non aveva ancora conosciuto, se non in una fotografia scolorita; al termine che descriveva la situazione dei bambini come lui, i bambini “liushou”, quelli che i genitori emigrati lasciavano con i nonni perché portarli con sé era difficile, se non impossibile, a causa di una burocrazia lentissima e ingannevole. Glielo avevano spiegato prima di partire, sua madre e suo padre, e si erano tanto raccomandati che continuasse a studiare, affinchè fosse pronto, quando sarebbe arrivato per lui il momento di raggiungerli.
Invece erano passati quattro anni. In Italia erano nati Alessandro ed Elisa, i suoi fratellini, e i suoi genitori, pensava a volte, si erano dimenticati di lui.
Zang Li però non si era perso d’animo, e ogni mattina da quattro anni camminava per cinque chilometri, con qualsiasi condizione climatica, per raggiungere Shangri –La, dove lo aspettavano il maestro Chong e i suoi amici. E poi, i suoi fratelli mica potevano vantare l’amicizia con una scimmia!
Preso com’era dai suoi pensieri, il bambino non si accorse di essere quasi arrivato in paese. In lontananza si scorgevano i primi edifici, e ai lati della strada gli alberi di pero, con i loro rami spogli e ricurvi sotto il peso della neve, pareva volessero graffiare il cielo. Ao spiccò un balzo e atterrò al suolo con la stessa agilità con la quale era saltata sulla spalla. Zang si fermò e si volse a guardarla: i loro occhi si incontrarono per qualche istante, poi la scimmietta si voltò e prese a correre, zigzagando, sulla via del ritorno. Zang la salutò con un gesto, poi si passò la mano sul viso: il naso e le guance erano rossi dal gelo, ma ormai l’inverno era quasi giunto al termine e presto sarebbe stato tutto più semplice. E, forse, in primavera, mama e baba sarebbero venuti a prenderlo, e la famiglia si sarebbe riunita di nuovo, e questa volta per sempre.

Dedicato a “Fiocco di neve”

 

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