Vivo tra le mura di una casa, tra le crepe di un esistere insistente

allie

Genere: Prosa/Surrealismo

Cartoline rinascimentali e lettere d’amore senza timbro, dal retrogusto amaro, giacciono sul fondo di un cassetto. Mangio cioccolato, troppo. Una droga che fa gioir gola e palato e al pari di un oppiaceo mi da il sapore e il sentore di un mondo surreale: a volte dolce… il più delle volte amaro.
E prende il via questo mio viaggio fantastico, mentre la serpe della vendetta -viscida- s’insinua tra i miei capelli e buca il cervello. Butto lo sguardo in un angolo, un alone di muffa -magnetico- inchioda i miei occhi e nella mente si staglia l’immagine del tuo volto: ha lo stesso colore di una tomba di pietra. Sento il sale in bocca, come ne avessi ingurgitato un cucchiaio.
Ho ucciso tre saggi: la prudenza, l’equilibrio e la ragione; li ho uccisi sulla strada, investiti due volte per esser sicura d’averli ammazzati. Li ho uccisi per conformarmi agli altri, li ho uccisi per non apparire diversa, li ho uccisi per cercare amore e affetto e carnalità e diletto.
Nello specchio il riflesso di uno sguardo amaro e la lama di un coltello che mi trapassa il petto. Braccia magre in un vestito troppo grande, la pelle incisa di un vecchio tatuaggio: sbiadisce lento il tuo nome. Aghi infetti e spilli arrugginiti disegnano il contorno delle labbra e quel mio sorriso, una volta semplice, adesso è un ghigno distorto.
E’ una favola tagliente questa mia vita, recitata con la voce nitida e penetrante di un attore eccelso, e risuona nelle orecchie, nella mente, nei sogni che faccio a occhi aperti immaginando un futuro distorto e rincorrendo un passato che mi ha segnato.
Nove incubi e un sogno, in compagnia di ninne nanne stantie. Dieci anni nulli e una croce scheggiata che pende sul mio collo come una mannaia guidata da uno spettro infido.
Domande segnate nelle rughe del mio volto, risposte che scendono dalle palpebre abbassate in rivoli carminio che disegnano d’orrore le mie guance appassite.
Nessun piano futuro, nessuna lista della spesa scarabocchiata sui fogli sparsi, accendo un fuoco con quella carta bianca, il bianco non mi piace, il bianco è peggio del destino. Bruciano quei fogli e spero di riscaldarmi, invece diventano cenere in un lampo.
Quaranta cadaveri effervescenti e dieci putridi, gli anni passati e la mia esistenza, giacciono tra i segni indelebili del tempo e di mani sbagliate. Martoriata. Momenti fatiscenti ormai e una sensazione di malessere che affogo nell’alcool.
Il mio spettacolo preferito a ripetizione su quello specchio che riflette un’immagine distorta – la mia – che non è realtà. E’ solo l’ennesimo fantasticare di questa mia mente contorta, di pensieri malati e di un solitario respirare l’aria attorno.
Perle infilate pendono dal soffitto, annodate come un cappio. Forse la salvezza? O solo il milionesimo pensiero assurdo in questo mio vivere perverso?
E poi specchi chiari e luminosi, lampeggi tra la notte. Segnali luminescenti di una via d’uscita mentre i capezzoli induriscono, eccitata dal pensiero di una lingua che mi attraversa e dalla nostra immagine: due corpi aggrovigliati, brillanti di sudore e umori.
Macchie di rabbia scompaiono e i mostri, vecchi acrobati sempre aggrappati al mio soffitto, sparati da siluri diventano proiettili in cerca di salvezza.
E tutto di nuovo cambia. I bambini mi sorridono, i colori di un dipinto prendono vita, i finti assassini ridono sguaiatamente e quell’unico cadavere che credevo la mia vita si riempie di dolcezza: un confetto rosa vestito a festa… il dono di queste nozze gioiose mi uniscono al nuovo giorno che vede il sole come il mio sposo gentile, fiero di riscaldarmi. E sono io…io…io. Incastrata in questa vita e in questo spazio, colmo di crepe e di lamenti, ma sono io…io…io.

(tratto da “Piango per un mondo vuoto” poesia e prosa di Allie Walker)

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