cristiana

Liberatemi di Christiana V

Genere: Drammatico/Psicologico

Era ormai buio quando Chiara, sotto una pioggerella che minacciava di diventare un temporale, attraversò il parco per ritornare a casa. Già pregustava il bollente e rinfrancante tè alla vaniglia che avrebbe bevuto accompagnato da squisiti dolcetti al burro, assieme al tepore del camino di fronte al quale si sarebbe accoccolata.
Accelerò il passo vogliosa di rientrare quanto prima e superò la fontana che zampillava poco distante. I tacchi affusolati picchiettavano sul vialetto di sampietrini. A parte quel rumore l’assoluto silenzio era rotto solo dalle gocce sulle foglie dei folti tigli. Tenendo ben stretto il bavero del cappotto, avanzò a testa bassa sotto un improvviso scroscio di pioggia; si sarebbe inzuppata fino al midollo e il gelo le sarebbe penetrato nelle ossa e allora nessun tè, per quanto bollente, avrebbe potuto riscaldarla. Con una mezza invettiva prese a correre senza guardare dove andava, così scivolò e cadde. Rotolando terminò la sua corsa sotto un grosso cespuglio a cui non fece caso, troppo distratta dalle ginocchia sbucciate e doloranti.
Il terreno reso limaccioso dal fogliame umido e putrescente non le fornì alcun supporto quando provò a sollevarsi, scivolò nuovamente sui palmi delle mani inzaccherate di fanghiglia.
Nuove imprecazioni seguirono le altre a ogni tentativo infruttuoso di tirarsi su.
«Cosa diamine succede? Perché non riesco ad alzarmi?» sbraitò scostando le ciocche dei lunghi capelli bruni che le coprivano il viso e, guardando in basso, le vide.
Dal suolo erano comparse delle radici che le si erano avvinghiate alle gambe, si muovevano e continuavano a salire costringendola a terra.
Soffocando un urlo sollevò il busto con un forte colpo di reni e la chioma restò imprigionata nel fogliame del cespuglio. Piccoli sibili, lenti rumori permearono il silenzio amplificato dall’acqua che continuava a cadere copiosa sulla sua testa. Erano i rami sottili che, insinuandosi tra i capelli, s’inerpicavano su per le braccia, s’attorcigliarono al collo niveo e si tesero costringendola all’immobilità.
Guardandosi attorno con occhi spaventati, Chiara vide che i tralci affusolati e avvinghianti di un’edera si stavano facendo strada verso il viso. Quando sentì una foglia sulla guancia, cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo, ma l’edera avviluppante si strinse alla sua carne e continuò la sua avanzata fino a ricoprirla totalmente… soffocandola.
«Uno… due… tre… Chiara apra gli occhi.»
Credeva di tremare come una foglia, invece era sdraiata in maniera molto rilassata sul lettino del dottor Franzini, il suo psicanalista.
«Che sogno assurdo!» esclamò guardandolo con serietà. «Ero in un parco e pioveva… incessantemente.»
«La pioggia rappresenta l’angoscia.»
Lei lo guardò stranamente calma rispetto al sogno inquietante che aveva appena vissuto e continuò.
«Scivolavo e cadevo. Poi radici e rami mi hanno legata, bloccandomi a terra. A un certo punto mi hanno soffocata.»
«Mi sembra evidente che si sente costretta a vivere una vita che non la soddisfa, che la riempie d’angoscia dalla quale si sente soffocare. Dobbiamo lavorare su ogni singolo aspetto per risolvere i problemi. Ricorda? Un gradino alla volta.»
«Sì… certo» mormorò Chiara alzandosi e indossando il cappotto. Che strana sensazione avvertiva, come un formicolio sotto pelle.
«Dobbiamo spezzare l’intreccio intricato di queste corde che l’avviluppano.»
Pensierosa tornò ad annuire al terapista e sovrappensiero aprì la porta per uscire, quando l’intorpidimento divenne molto più forte.
Sbatté un piede a terra come per riattivare la circolazione sanguigna e capì di non potersi muovere: era tornata nel parco, al freddo, costretta a soffocare e legata da corde implacabilmente avviluppate, destinata a soccombere a se stessa… oppure no?

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