Oltre la ragione di Antonella Di Leonardo

“E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.”
(F. De André)

Queste cinghie sono strette, troppo strette. Mi manca l’aria.
Urlo, ma le parole sono come congelate e non escono dalla bocca. Rimbombano nella mia testa e continuano a girare dentro di me come un vortice. Per ogni parola non espressa un brandello di coscienza mi abbandona.
Come ho fatto a trovarmi in questa situazione?
Non facevo niente di male, mi piaceva solo ascoltare la voce della natura. Voi non ascoltate mai gli alberi e i fiori? Hanno molte cose da raccontare… lo sapete?

Quella mattina ero sdraiato sull’erba. Un rondine mi stava raccontando del suo viaggio, poi ho sentito un dolore pungente al collo e… non ricordo altro.
Il risveglio non fu dei migliori. In preda alla nausea cercai di sollevarmi, ma il mio corpo era saldamente bloccato sul lettino. Resistenti cinghie di cuoio mi stringevano il petto, le caviglie e i polsi. Due uomini e una donna in camice bianco mi fissavano. Terrorizzato li pregai di liberarmi, li supplicai, ma senza risultato.
Da allora ogni mattina vengono a trovarmi, parlano a bassa voce tra di loro mentre annotano qualcosa su una cartella appesa ai piedi del letto. Non riesco mai a capire cosa dicono. Mi guardano, scuotono la testa ed escono. Dopo di loro entra sempre un ragazzo, credo si chiami Tom, legge la cartella poi mi infila un ago nella vena. Sento il liquido entrare in me, brucia, ma è solo un momento. Il mio corpo diventa pesante e mi sembra di sprofondare. L’aria diventa spessa e faccio fatica a farla entrare nei polmoni. Gocce di lucidità si staccano una dopo l’altra dal mio cervello, le vedo scivolare sul mio corpo e cadere sul pavimento formando una pozza, poi il buio.
Passano così le mie giornate una dopo l’altra.
Ogni tanto però viene a trovarmi un amico si chiama Bill, Bill Campton. Lui è uno che viaggia molto e mi racconta dei luoghi che visita. Mi piace ascoltarlo e mi aiuta a superare questo isolamento. Capisco quando sta per arrivare perché sento l’aria intorno a me muoversi come se qualcuno muovesse un ventaglio. Si piazza ai piedi del letto e mi guarda con quei suoi occhietti penetranti. Mi piace che venga a trovarmi sia per le storie che mi racconta sia perché mi aiuta con quegli odiosi insetti che sbucano in continuazione dalle pareti. Ne mangia a migliaia e quelli che non riesce a mangiare scappano impauriti e per un po’ mi lasciano in pace.
Un giorno al mio risveglio ho trovato un vaso con delle margherite sul comodino. Mi domando chi l’abbia portato, ma chiunque sia stato lo ringrazio di cuore.
Per un po’ ho avuto qualcuno con cui parlare, qualcuno che mi ha aiutato a superare il dolore quando vengono quei nani a trapanarmi il cervello.
Non capisco come sia possibile che io sopravviva a quei momenti. Ogni volta il mio cervello diventa liquido e fuoriesce dal cranio, i nani lo raccolgono in una bacinella e poi lo rimettono all’interno della mia testa con una siringa.
Aspettate un momento, stanno tornando la donna e i due uomini in camice bianco. Zitti che voglio capire cosa dicono di me, magari oggi mi lasciano andare. Eccoli! Come sempre mi guardano e annotano qualcosa sulla cartella.
Zitti che devo sentire! Niente, non riesco a sentire niente. Un momento… la donna ha alzato un po’ la voce. Sì, questa volta ho sentito, ma non capisco. Cosa vuol dire schizofrenia?
Non conosco il significato di questa parola. Quando verrà a trovarmi Bill chiederò a lui. E’ uno colto e sicuramente ne conosce il significato.
Intanto faccio quattro chiacchiere con Giordie . Come? Chi è Giordie? E’ vero non vi avevo parlato di lui. L’ho visto per la prima volta ieri sera. Giordie è un grosso ratto. Non è colto come Bill, ma anche lui ne ha viste tante di cose laggiù dove vive.

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