Ali arancioni

Tema: Eterno

La principessa siede sul suo trono di corde e giubbotti salvagente. Il suo bel mantello d’argento e d’oro brilla alla luce delle lampade alogene che si accendono e si spengono a intermittenza. Sua madre giace per terra, addormentata su una coperta ruvida. Il ronzio dei motori copre quasi totalmente i rumori d’umanità che ogni tanto fendono il silenzio: il pianto di un bambino, uno starnuto, un lamento sommesso, un sospiro. La bambina ascolta attentamente, scrutando in quella penombra intervallata da lampi bianchi, il suono dei corpi che, stretti l’uno all’altro come topi in una tana, tentano di trovare coraggio nell’unione, nella vicinanza. E’ affascinata soprattutto dal contrasto dei visi, neri come l’ebano, contornati da cappe auree simili alla sua: anche il suo aspetto è simile al loro, in quel momento? Peccato che non ci sia nemmeno uno specchio! La sua vanità è ferita, ma solo per un attimo. Basta un impercettibile movimento in quelle pose plastiche, per riportarla alla realtà. La pancia della motovedetta è bianca, fredda. Assomiglia a un’astronave, e loro sono alieni che attraversano un mare nero come lo spazio, per raggiungere un pianeta lontano, là dove finiscono le stelle. Ogni tanto qualcuno apre gli occhi, buchi neri luminosissimi e pieni d’inquietudine: si guarda intorno, porta le mani sulle spalle; si tocca le gambe, come per accertarsi di essere ancora in vita. Infine poggia la testa sulla spalla di chi gli sta affianco, e si riassopisce nuovamente. La principessa non può dormire: il sonno rievoca incubi terribili, e lei ha paura di sognare. Anche pensare troppo intensamente scatena in lei un’angoscia difficile da gestire: le memorie del passato sono troppo dolorose, che siano le immagini della sua famiglia felice riunita attorno a un tavolo, il ricordo più lontano e struggente di tutti, oppure le diapositive sfuocate relative alla fuga . Di quest’ultima rievoca, più che le istantanee, le forti sensazioni : il cuore che sentiva pulsare nel petto, la mano che stringeva fortissima alla gonna di sua madre, quel senso di spossatezza perenne, la stanchezza e il sonno che parevano non volerla mai abbandonare. La fame, il caldo e il freddo, la sete che le infuocava la gola. La sabbia del deserto che infiammava gli occhi. No, la principessa non deve dormire, non può permetterselo. Il dondolio dell’imbarcazione sull’acqua però è troppo invitante, il respiro di chi le sta intorno, troppo cadenzato. Nonostante i propositi di stare sveglia, il sonno vince. Le palpebre diventano pesanti, gli intervalli tra buio e luce sempre più dilatati. Il ricordo la assale istantaneamente, con prepotenza: il boato, l’acqua nerissima che la inghiotte, le entra in bocca. La bambina vede se stessa cercare disperatamente di afferrare la mano di sua madre che lentamente si allontana e diventa sempre più piccola, fino a svanire nell’ombra. Urla, ma dalla sua bocca piena d’acqua non esce nessun suono. Il cuore batte fortissimo, trema. La principessa chiude gli occhi e smette di respirare. Aspetta quello che le pare un tempo eterno. E a quel punto succede. Dal buio, un angelo dalle ali arancioni afferra la sua piccola vita e la porta in salvo tra le stelle. Solo chi è stato sul punto di soffocare può sapere quanto dolce e doloroso può essere respirare quando ci è stata negata la possibilità di farlo, anche solo per pochi minuti. Una sensazione prossima a quella del primo vagito di un neonato, una sorta di spasmodica liberazione che avviene quando i polmoni sono in deficit di ossigeno e hanno fame d’aria. Le braccia dell’angelo sono forti, la sollevano e la caricano di peso sull’astronave. Mani sconosciute, pallide, le cambiano i vestiti bagnati, la avvolgono nelle coperte, frenando l’irruenza di sua madre che tra invocazioni e singhiozzi cerca in ogni modo di stringerla a sé. E infine l’angelo depone sulle sue spalle il mantello d’oro e d’argento e la chiama «my sweet princess»: la vita che ha salvato; la piccola principessa dalla pelle d’ebano della motonave Aeterna. Quando l’imbarcazione entra in porto, la bambina è ancora addormentata. Sua madre la scuote leggermente, è ora di andare. Fuori è tutto grigio, il sole è nascosto da una coltre di nubi. Piove, di una pioggia sottile. La principessa cerca, nella gente che le sta attorno, gli occhi dell’angelo dalle ali arancioni, ma non li trova. La mano di sua madre è calda, forte. Afferra quella solida presa, e volge il suo sguardo altrove. Poi lo vede: è ai piedi della scaletta, sta aiutando i rifugiati a scendere sul molo. Non ha le ali arancioni, ma riconoscerebbe i suoi occhi buoni ovunque. Quando tocca a loro, lo guarda dritto in viso, come a voler dire «Sono io, la tua principessa, non mi riconosci?». L’uomo sorride, le tende la mano, le augura buona fortuna. Gli passa accanto. Non lo rivedrà più. Eppure sa, la bambina, che lui in fondo rimarrà sempre il suo angelo custode dalle ali arancioni, pronto a sfidare il mare per salvarla. E lei sarà sempre la sua principessa dalla pelle d’ebano, la sweet princess della motonave Aeterna.

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