Selfie di Renata Morbidelli

Giulia era seduta sul letto. Il suo sguardo passava dalla valigia ancora da chiudere alla porta della camera.

I suoi pensieri le ronzavano in testa come un nido di api. Com’era possibile che, in soli due anni di convivenza, la sua relazione con Stefano fosse precipitata in quel vicolo cieco senza via di uscita? Com’era possibile che un uomo come lui, sempre attento a percepire un cambiamento d’umore dal tono della voce o anche solo da uno sguardo, negli ultimi tempi, non fosse più in grado di vederla?

Questo non voleva dire che non la guardasse. Anzi, non faceva altro che dirle quanto fosse bella. Sempre. Anche quando, appena alzata, assomigliava più a un orsacchiotto di peluche, avvolta nel suo pigiama, che a una donna.

Spesso la sorprendeva mentre, a piedi scalzi e abitino, s’aggirava tra i fornelli prima di cena. Le infilava dolcemente le dita in mezzo ai capelli e le sfiorava il collo con piccoli baci. Amava affondare, ogni volta, il suo viso in mezzo alla sua fluente chioma, annusarle i capelli e poi sussurrare “Sai di buono”. Poi lasciva scivolare le mani lungo il busto fino ai fianchi e la sollevava con dolcezza per portarla in camera. Come un copione già recitato, una scena ripetuta ancora e ancora, ogni volta, Stefano ripeteva gli stessi gesti.

Lentamente, ma inesorabilmente, questo rituale, fece sì che Giulia si sentisse sempre più una bella bambola, con la quale lui potesse giocare quando voleva, piuttosto che una donna. In parte era stata anche colpa sua. Le piacevano quelle che lei credeva fossero delle piccole attenzioni. Ma poi, all’improvviso, mentre stavano facendo l’amore, qualcosa dentro di lei fece click e, da allora, tante piccole lampadine hanno fatto luce su qualcosa che nemmeno lei, per diverso tempo, era riuscita a vedere: sebbene entrambi provassero una profonda attrazione reciproca, non erano più innamorati, o forse non lo erano mai stati.

E a lei non bastava: desiderava un uomo che la amasse, che le guardasse gli occhi, oltre ai fianchi, che la ascoltasse e che, in poche parole, vedesse lei, fuori e dentro. I suoi mattini di sole e le sue tempeste. I suoi sorrisi colorati d’arcobaleno dopo una pioggia fatta di lacrime. Che sapesse cogliere anche le piccole nuvole passeggere.

Fissò per l’ultima volta la valigia sul letto e, con un movimento deciso, la chiuse. Asciugò le lacrime dai suoi occhi, colorò d’arcobaleno il suo sorriso, prese lo smatphone e si scattò un selfie del suo sguardo bagnato, ma pieno di rinnovata luce. Scaricò la foto sul PC, la stampò e, con una calamita, attaccò l’immagine al frigorifero. Prese la valigia, che nel frattempo aveva posato a terra, e se ne andò.

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