L’angolo buio di Anna Ciraci

Vagavo da ore alla ricerca di un posto a sedere tra i corridoi anonimi dell’aeroporto con la mia zavorra attaccata come fosse una coda stanca e pesante, quando all’improvviso vidi una poltroncina non troppo distante da un bancone da bar. Raggruppando le ultime forze che mi erano rimaste mi precipitai a picco prima che qualcun altro me la soffiasse. Svoltando la colonna che delimitava il confine con l’aeroporto vidi un ragazzo proprio seduto al tavolino. Mi fermai e lo guardai.

I boccoli biondi gli scendevano lungo un viso magro e scavato, spalle larghe e possenti con le gambe lunghe, incrociate e stese sotto il tavolino. Era tutto intento a leggere il giornale. Non sembrava ci fosse qualcuno con lui, così vinta dalla stanchezza mi avvicinai lo stesso: “Ti prego? Dimmi che sei da solo e che non hai alcuna necessità di una seconda poltroncina!”
Lui alzò un paio di occhi di un azzurro così intenso da far retrocedere persino il mare al confronto e aprì un sorriso così rassicurante da farmi sentire in perfetto agio nonostante la situazione così infinitamente imbarazzante e mi invitò a sedermi.

Dopo la terza birra e il secondo pacchetto di patatine finito, decidemmo di fare un giro. In tutto questo mio parlare di me non mi ero resa conto che lui non aveva mai accennato a nulla di suo, mi accorsi solo in quel momento che tutto ciò che sapevo di Andrea era il suo nome. Avevo passato le ultime due ore a raccontare ogni dettaglio della mia vita a un perfetto sconosciuto.
Ad un certo punto cominciai a guardarmi intorno e mi accorsi di trovarmi in un corridoio quasi buio, le luci erano accese una sì e quattro no, cosa alquanto bizzarra al pensiero che di solito, l’aeroporto sembra un albero di natale psichedelico, addobbato da un pazzo megalomane perverso.

Andrea, al contrario, era così tranquillo da spiazzarmi completamente ed io continuai a conversare senza dare ulteriore peso alla cosa. Arrivai persino a raccontare di quando diedi, a sette anni, il mio primo bacio al figlio del mio vicino di casa senza neppure sapere cosa stavamo facendo, e lui che interessato continuava a riempirmi di domande alle quali io rispondevo semplicemente, come fossi accecata da quegli occhi penetranti dal color delle onde; o di quando ricevetti la mia prima auto in regalo dal mio babbo, così lo chiamavo quando gli ero riconoscente.

Gli raccontai nei particolari di come feci le valige e andai via piangente e arrabbiata, sbattendo la porta di casa e quanto avevo sofferto scoprendo che non avrei più rivisto mio padre dopo quel giorno. In quel frangente mi spuntò quasi una lacrima che nascosi dentro la mia mano per non farmi vedere. Cieca, completamente persa dentro quella figura dal sorriso rassicurante dietro al quale avrebbe potuto nascondere di tutto senza alcuna possibilità di scorgere la realtà.

Le luci si spensero all’improvviso. Non vedevo più nulla e non trovavo più neppure Andrea al mio fianco. Sentivo dei fruscii molto vicini e mi trovai nel panico assoluto. Lui mi strattonò per i capelli e mi scaraventò contro il muro, o forse era una porta non saprei dire, non caddi per terra mi sentii trattenuta per la nuca, il dolore fu lancinante e non mi permise neppure di capire cosa mi stesse facendo. Sembrava mi stesse spingendo dentro un buco nero e profondo e non riuscivo a reagire.

Spinse il mio viso di prepotenza contro a qualcosa e sentii il rumore dei vetri infranti, altri si conficcarono negli occhi mi sentivo pungere ovunque. Udì i miei jeans strapparsi in un colpo netto, era più forte di quanto avessi mai immaginato. La camicia fu levata col solo tocco di una mano, già al primo schianto. Mi spingeva, mi tirava, non so quante volte picchiai la faccia, la testa, ed ogni parte del corpo. Fino a trovarmi in un angolo costretta, col viso appiccicato al muro dal sangue e dalla sua immensa forza. Non riuscivo a parlare, non potevo urlare, un cumulo di sangue mi bloccava la gola e mi impediva di respirare, mi teneva il braccio dietro la schiena potei sentire distintamente lo schiocco dell’osso quando si ruppe. Affondò con ancora più forza il mio naso in quell’angolo, ero convinta che la mia testa ormai ne avesse preso la forma.

Cominciai a immaginare di essere dentro al mio letto al sicuro, mentre lui violava il mio corpo in ogni dove oppure cercavo di pensare di essermi addormenta sulla spiaggia mentre un’onda mi investiva all’improvviso, tutto per mascherare quel fiume di sangue che bagnava il corpo inerme sotto i colpi di quel mostro rivelato e far si che non sentissi più il male che mi infliggeva ad ogni penetrazione o ad ogni spigolo che incontrassi sotto le spinte assatanate del maligno che mi aveva preso.

Poi restò soltanto il silenzio straziante dei miei più truci pensieri: E’ così che deve finire? Non mi alzerò mai più da quel pavimento e dovrò vagare in questo maledetto posto per l’eternità?

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