Cecità di Maena Delrio

«Prego, si accomodi». L’appuntato Crispi apre la porta dell’ufficio. Anna è timida. Esita un attimo, poi si stringe nelle spalle, entra. La stanza è piccola e umida: una scrivania, due sedie e uno scaffale, che sembra quasi piegarsi sotto il peso delle scartoffie, completano l’arredamento. L’aria odora di vecchio, muffa e polvere stantia. La donna trattiene il respiro. Crispi si siede di fronte a lei. Poi allarga le braccia, invitandola a prendere posto.

«Dunque lei vorrebbe denunciare suo marito…» l’appuntato sbircia con la coda dell’occhio i documenti che nel frattempo Anna ha tirato fuori dalla borsetta «… Rossini? Lei è la signora Anna Rossini? ».

La donna annuisce con il capo. Crispi la fissa in silenzio. Aspetta, forse, che sia lei a prendere la parola, ma quando fa per aprire bocca, lui ricomincia : «… ricapitoliamo: sta denunciando suo marito per percosse, giusto? E questo sarebbe il certificato che comprova l’avvenuta violenza ».

Ad Anna non piace il suo tono supponente, ma fa finta di nulla e annuisce di nuovo. «Suvvia, signora, non posso mica interpretare le sue risposte in base al linguaggio dei gesti: lei è o non è qui per denunciare suo marito? »
«… sì, voglio denunciare mio marito». La voce di Anna è debole e scossa da singhiozzi.

Crispi si rende conto che la sventurata è prossima al pianto e cerca di confortarla senza peraltro troppo impegno: «Anna… posso chiamarla Anna? Mi spieghi cosa le ha fatto prendere questa decisione, per cortesia».

Il tono della voce del suo interlocutore, ora gentile, fa in modo che la poverina recuperi un certo contegno: tira fuori un fazzoletto dalla borsa e si soffia il naso; poi solleva le maniche della pesante maglia che le copre le braccia: macchie verdi e violacee si allargano sulla pelle chiarissima fino all’altezza dei gomiti. Resta così per qualche istante, poi quasi vergognandosi di avere mostrato la propria debolezza, lascia che il tessuto torni a coprire quei marchi d’infamia.

Crispi nel frattempo ha assunto un’espressione dubbiosa: «Quindi gli ematomi glieli avrebbe procurati suo marito qualche giorno fa?» dà una rapida occhiata alla cartella clinica:«… qui non si fa nessun riferimento alla violenza domestica, ma solo a lesioni di natura traumatica di dubbia origine…».

Anna non sa come difendersi: «Ho tentato di spiegare cosa mi fosse successo, ma mi hanno detto che non era il luogo adatto a rilasciare dichiarazioni del genere» e scoppia in un pianto convulso. «Suvvia signora, lei è visibilmente agitata, vuole che facciamo una pausa?»
«No, sto bene».

Crispi scuote la testa: «Come vuole. Nel referto c’è scritto che quando è arrivata in reparto, gli esami tossicologici hanno evidenziato massicce dosi di Xanax… è un antidepressivo?»
«Sì, ma…».

L’appuntato la fissa negli occhi con un’espressione accusatoria: «Signora, anche adesso è sotto l’effetto di medicinali?»

Anna è incredula: spalanca la bocca, ma non le esce alcun suono. Vorrebbe urlare, prendere a pugni quella faccia pingue che la sta osservando infastidita. Invece non fa nulla. Assiste impotente alle invettive dell’appuntato che la sta apertamente accusando di avergli fatto perdere del tempo prezioso: «… Si rende conto vero, che non posso giudicare la sua testimonianza attendibile? Fino a che punto arriva la sua dipendenza da farmaci? Le accuse che vuole rivolgere a suo marito sono gravissime, ne è cosciente? È ancora sicura di voler sporgere denuncia?». Senza aspettare risposta, Crispi si alza ed esce dalla stanza.

La donna sente delle voci in corridoio. Infine l’uomo rientra e va nuovamente a sedersi dietro la scrivania. Poi, in tono quasi paterno: «Mi dia retta, torni a casa. C’è qui fuori suo marito, mi ha spiegato tutto: è stato un incidente, lei è in cura per abuso di sostanze psicotrope, ha dato in escandescenze. Lui ha dovuto agire in quel modo solo per il suo bene». La donna si alza tremando, con la borsetta ancora tra le mani, le nocche bianchissime. Crispi l’accompagna alla porta, stringe la mano a suo marito che l’aspetta di fronte alla macchina.

Prima di tornare all’interno della caserma, rivolge ad Anna uno sguardo tra il compassionevole e lo schifato, lo stesso che certe persone rivolgono ai bastardini con la rogna abbandonati sul ciglio delle strade. E lei sente pulsare i lividi sotto il maglione come se fosse stata appena percossa. Intanto il suo carnefice ha aperto la portiera della macchina e lei, docilmente, vi si accomoda, come una bestia al macello cosciente di non poter scampare al proprio destino. «Scusami tesoro, ti amo».

Anna non tornerà mai a casa. Troveranno il suo cadavere orribilmente mutilato che galleggia nel lago, la settimana prima di Pasqua. Parleranno inizialmente di autolesionismo e suicidio indotto dall’abuso di psicofarmaci, finchè il marito confesserà, all’alba di venerdì santo. «Ennesimo femminicidio » intitoleranno i giornali «commesso per abuso d’amore». E così, totalmente ciechi perfino di fronte all’efferatezza del delitto, uccideranno Anna per la seconda volta.

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