Il sorriso di Lupetta

Nel cielo punteggiato da tante stelle tremolanti nell’aria tersa, la luna, alta nel cielo, rischiarava la vallata e faceva brillare la neve di marzo che si trovava sulle alte cime dei monti. Sul crinale dei monti, gli alberi sembravano sentinelle scure e silenziose messe lì per tenere i lupi lontani dalla vallata, abitata da poche fattorie.
Quella notte gli ululati dei lupi affamati attraversarono l’aria limpida e fredda della notte; come un’eco lontana, rimbalzarono in pianura, attraversarono le pareti della fattoria dove viveva la famiglia di Martin e rimbalzarono alle orecchie del piccolo Jon, svegliato anche dall’abbaiare minaccioso dei cani.
Jon si affacciò alla finestra: il suo pensiero era corso alla sua amica Lupetta e due lacrimoni rotolarono dai suoi occhi quando la vide in mezzo all’aia, illuminata dal chiaro della luna, con le orecchie puntate come in ascolto di qualcosa di familiare. In quel momento Jon comprese che quella notte la sua giovane amica sarebbe andata via.

* * *

L’aveva trovata poco più di un anno prima, un mattino in cui aveva seguito, per i monti, il padre guardaboschi.
In un periodo in cui la caccia era vietata, qualcuno aveva ucciso una lupa. Addosso a lei si trovava un ammasso di peli, un lupetto, che si lamentava per il freddo e per la fame.
Martin aveva ceduto alle implorazioni del figlio e Jon era tornato a casa felice di avvolgere tra le sue giovani braccia una femmina di lupo che aveva chiamato Lupetta.
Era trascorso un anno e Lupetta era diventata una bella lupa ammirata e invidiata dai compagni di giochi di Jon, così fortunato da aver trovato una lupa anche brava perché aveva anche imparato a rispondere ad alcuni ordini quasi fosse un cane da caccia. Il pelo di Lupetta la rendeva bella, era folto e il manto, nero come la notte, a chiazze color marrone e bianco, diventava grigio argentato sul capo.
Jon amava abbracciare Lupetta e loro due erano divenuti molto amici. La madre di Jon gli raccomandava di non stare sempre con Lupetta perché, gli diceva, un giorno se ne sarebbe andata dai suoi simili, tra i boschi, ma Jon ribatteva che quel giorno era lontano.
Una volta Jon disse alla madre:
“Sai, a volte mi sembra che Lupetta sia triste. Forse pensa alla madre? Io vorrei vederla sorridere.”
La madre lo aveva abbracciato.“Che dici? I lupi, come i cani, non sorridono.”

* * *

Come trasognato, Jon guardava la luna che rischiava il cielo e poi spostava lo sguardo su Lupetta.
Con le orecchie tese, la lupa stava dritta sulle proprie zampe quasi alla ricerca o in attesa di qualcosa! Non capiva il perché e non sapeva come fare, ma avrebbe voluto unire la propria voce a quelle che udiva e che le sembravano un richiamo che le diventava sempre più familiare. Un insieme di ricordi, rimasti sepolti nel suo cuore dopo la morte della madre, affioravano confusi alla sua mente cosicché la sua memoria passata si mescolava ai ricordi più recenti: il presente vissuto con Jon.
A un tratto Lupetta ritrovò la propria identità e ululò felice: chiamava i suoi fratelli! E quelli, al chiarore della luna, trovarono la via per giungere sino a lei, ma impauriti dal latrare furioso e insistente dei cani, dovettero fermarsi al di là dello steccato che circondava la casa.
Alle spalle di Jon era giunto il padre.
“Bisogna liberarla, pà?”
Nella domanda di Jon c’era la speranza di udire un no, ma anche la consapevolezza che fosse giunto il giorno dell’addio alla sua amica.
“Lo faccio io, Jon?”
“No, pà… tocca… a me!”
Seguito dal padre, che aveva preso con sé il fucile, Jon uscì sull’aia, si avvicinò alla lupa per slegarla e intanto in un abbraccio le sussurrava:
“Ciao, lo so, devi andare, spero, solo, che tu sia felice e che non mi dimentichi cosi come io non ti dimenticherò mai.”
La lupa leccò più volte la faccia di Jon mentre dalla gola le usciva un guaito simile a un pianto d’addio.
Fermo al di là della staccionata, un lupo maschio, forse il capo del branco, temette che quel cucciolo d’uomo volesse fare del male a quella splendida lupa che aveva deciso sarebbe divenuta la sua compagna: incurante del minaccioso latrare dei cani, abbandonò il branco, saltò la staccionata e, con un rapido balzo, si slanciò verso Jon che gli girava le spalle. Tuttavia il poderoso morso della sua bocca non trovò davanti a sé il corpicino di Jon ma l’esile collo di Lupetta che si era slanciata in difesa del suo giovane amico.
Accanto alla lupa morente cadde a terra anche il lupo, abbattuto da un colpo di fucile.
La luna stava per scomparire dietro le colline e i lupi, in fuga verso i boschi, non ululavano più.
Jon cercò di sorreggere Lupetta mentre lacrime di dolore inondavano i suoi occhi e cadevano sul muso della sua amica.
Lupetta aprì gli occhi, li fissò sul volto di Jon poi volse un lungo sguardo alla cresta dei monti lontani, ancora illuminati dalla luna: troppo tardi, aveva capito che erano i luoghi da cui proveniva!
Infine tentò un ultimo flebile ululato, riguardò il suo amico e, prima di chiudere gli occhi – Jon raccontò sempre – gli sorrise!

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