Al chiaro di luna (forse una leggenda)

“Nella solitudine adolescenziale trascorrevo ore ad ascoltare musica. A quei tempi amavo molto anche quella classica, soprattutto nei giorni in cui, il mio vuoto interiore, lasciava che sprofondassi nella malinconia.
A casa qualcuno sapeva suonare molto bene il pianoforte, ma quando ero sola e desideravo ascoltare “Al chiaro di Luna” mettevo su il disco.
Poi chiudevo gli occhi e immaginavo la storia che sto per raccontare. Mi avevano parlato di una sorta di leggenda sulla nascita di questa sonata di Beethoven. Ora trovo perfetto raccontarla: sembra una fiaba e ritorno bambina.”
* * *
Com’è fredda questa sera d’inverno mentre cammino lungo la passeggiata. La brezza fende il mio viso e nell’oscurità osservo il mare. Il silenzio è spezzato dal passaggio di una carrozza e la luna riflette ambiziosa i suoi raggi sull’acqua.
Passando dinnanzi a una modesta abitazione al piano terra, odo il suono di un pianoforte. Mi soffermo ad ascoltare la perfezione che scaturisce dall’ignoto tocco. Poi riconosco le mie sonate, m’inorgoglisco e la curiosità prende il sopravvento, quindi busso alla porta.

Apre un giovane più imbarazzato di me: è evidente che non sa chi io sia, forse si mette in soggezione a causa del mio abito elegante.
«Cosa posso fare per voi, signore?» Mi chiede con garbo.
«Siete voi a suonare tanto bene? Non ho potuto fare a meno di ascoltarvi.»
«Prego, accomodatevi! No purtroppo, è mia sorella, lei ha un vero talento naturale e una grande passione per colui che ha composto queste musiche.» Allo stesso tempo m’invita a sedere. La stanza è buia, illuminata da una sola candela posata sul tavolo.
«Buonasera signorina, desidero esprimere i miei complimenti per come avete interpretato quella sonata, siete molto dotata.» Subito credo di intravedere un lieve rossore dare tono alle sue gote pallide e scarne. Non è che una adolescente, e mi intenerisco.
«Se permettete, voglio dedicarvi un brano anch’io: volete che suoni per voi?»
La giovane si alza lasciando libero il panchetto, ma rimane in piedi al mio fianco.
Da musicista affermato inizio le prime battute in adagio sostenuto. Sonata in do minore, m’ispiro e compongo alcune note, mentre i due ragazzi mi ascoltano in rispettoso silenzio.
«Siete voi un talento, ma com’è possibile? Non avete nemmeno uno spartito, mi pare…» sottolinea entusiasta.
«Se è per questo nemmeno voi lo avevate davanti poc’anzi.» Ribadisco ammirato dai modi e dalla sicurezza con cui tratta gli argomenti riferiti alla musica.
Il fratello sorride imbarazzato e, solo in quell’istante, mi rendo conto che la giovane è cieca. Le prendo una mano, quasi a farmi perdonare: è fredda per l’emozione.
«Se vi fa piacere, vorrei dedicarvi ancora qualche passaggio.» Leggo la sua gioia nell’ espressione del volto e, con grande fervore, mi lascio ispirare da quella singolare e imprevista atmosfera.
«Ora so chi siete!» M’interrompe d’improvviso, lasciandomi dubbioso.
«Solo Beethoven in persona potrebbe usare abilmente i tasti con tanta perfezione.» Ora sono io a sentirmi a disagio, ma intanto proseguo componendo mentalmente una nuova sonata dedicandola soltanto a lei.
D’un tratto il lume si spegne lasciandoci nel buio totale. Tuttavia desidero proseguire quelle note che mi nascono nella mente, nuove, emozionanti.
Scosto la tenda dalla finestra e, con il solo riflesso lunare, termino la mia sonata promettendo a me stesso di trascriverla sul pentagramma di uno spartito al mio rientro: è una musica sublime.
Mi accomiato con il cuore gonfio di gioia: è molto bello quanto mi è accaduto e ho reso felice una fanciulla sfortunata, dall’animo immenso.
«Vi ringrazio molto per l’onore che mi avete concesso. È stata davvero un’esperienza emozionante.» Le dico stringendo le sue mani tra le mie. Un gesto d’affetto spontaneo, quasi a volerle donare una parte di me, per consentirle di imparare a suonare sempre meglio. Sembra averlo intuito, mi sorride raggiante e, sollevandosi sulle punte dei piedi, mi regala un bacio sulla guancia.
«Grazie, siete meravigliosa, voi riuscite a vedere con il cuore e questo è un grande dono. Tornerò a trovarvi, se gli impegni mi porteranno ancora da queste parti.»
Il fratello mi saluta stringendomi calorosamente la mano, quasi non riesce a parlare.
«Signorina ricordatevi, quando la sentirete suonare, intitolerò questa sonata 14 in do diesis minore ”Quasi una fantasia” e la dedico solamente a voi, affinché vi porti fortuna.
Sono così commosso che, se non fosse per il freddo, mi scivolerebbe una lacrima.
Mentre attraverso la strada il pianoforte riprende a suonare, le sue note m’inseguono e, anche se già sono lontano, riconosco i primi accenni della mia nuova composizione e, in quel preciso momento, decido di soprannominarla: “Al chiaro di Luna”.
Poi la notte mi porta con sé insieme alla mia magica fiaba.

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