Un giorno

Ero sicura di essermi svegliata in una casa in riva al mare, ben arredata e luminosa. Il mormorio delle onde aveva accompagnato il mio sonno, il grido dei gabbiani la mia veglia. Invece mi sveglio in una camera d’albergo e, pur sapendo di aver solo sognato, continuo a sentire il fruscio delle onde, consapevole che qui non c’è il mare. Mi alzo, mi faccio la doccia e mi vesto. Guardo fuori dalla finestra. Qualche nuvola si muove veloce. Chissà se il tempo cambierà e se si metterà a piovere.

Il mio appuntamento è alle 12.00, sono in largo anticipo. Decido di fare colazione in un bar, dove sicuramente il caffè è migliore rispetto a quello dell’hotel. Mi soffermo a guardare un giovane seduto ad un tavolo. Ha il pc portatile e sta scrivendo qualcosa mentre sorseggia il suo cappuccino. Qui le persone posseggono qualcosa di diverso, qualcosa che le rende più interessanti. Forse è il loro modo di vestire o la capigliatura. Per esempio ciò che indossa il ragazzo col portatile dice molte cose su di lui. Dà la sensazione di vivere in un mondo tutto suo, in cui sta bene, e guardandolo viene voglia di farne parte. Esco dal bar. Mi incammino verso i giardinetti che sicuramente diventeranno “il mio posto” in questa città semisconosciuta.

C’è sempre un posto che diventa “il mio posto” in ogni città in cui vado. Quando vivevo in Islanda “il mio posto” era il faro. Da piccola andavo al mare principalmente per passeggiare fino a lì, poi lo guardavo meravigliata: era bianco e rosso come i lecca lecca. Immaginavo che al suo interno vivesse un vecchio marinaio, che aveva rinunciato alla sua vita per accertarsi che quel fascio di luce rimanesse acceso per prestare soccorso a chi si trovava in balia della tempesta. Crescendo imparai che le tempeste da temere non sono fatte di vento e di pioggia o di nebbia e rovesci, bensì di emozioni e pensieri, e quando si è nelle loro grinfie difficilmente si trova un faro che ci indichi la via della salvezza. Prima di arrivare ai giardinetti mi fermo in una libreria. Trascorrere del tempo lì dentro mi piace, mi rilassa. E sfogliando qualche libro mi sento più interessante di quanto realmente sia. Mi colpisce una copertina nera, raffigurante una clessidra rotta.

Apro una pagina a caso: “Il passato ci tormenta solo se si scappa da esso, se lo si affronta, invece, sì rivela solo per quel che è, nient’altro che vecchie memorie nascoste dentro di noi”. Ho perso il conto di tutte le volte che ci ho provato. Nei periodi di tranquillità e calma, ho anche creduto di esserci riuscita. Di aver sconfitto i fantasmi del passato, di averli schiacciati per sempre. La verità è che si nascondevano nell’ombra e aspettavano che abbassassi la guardia. Ci illudiamo di dimenticare, quando invece riempiamo solo spazi bui. In fondo se non ero riuscita a rinunciare a lui la prima volta che l’ho visto, avendoci scambiato solo quattro chiacchiere, come potevo farlo dopo averlo conosciuto, vissuto, amato? Dopo aver visto com’era, cos’era e quanto mi piaceva stare con lui?

È un pensiero fisso. Lo trovo espresso dappertutto. Ne sento perfino l’odore nel vento. Odo la sua voce quando sono altri a parlare. Vedo il verde dei suoi occhi in ogni filo d’erba. È un nome graffiato sul marmo, destinato a durare quanto il marmo su cui è inciso.
Guardo l’orologio. Mancano ormai pochi minuti. L’aria è tiepida. Arrivo ai giardinetti e mi siedo sulla panchina, all’ombra di una grande chioma di un albero. Respiro. Chiudo gli occhi e alzo il viso per farmi baciare dai raggi del sole. Poi sento uno scricchiolio di passi sulla ghiaia. Apro gli occhi. È lui e mi sta guardando. Mi viene il desiderio di sistemarmi. Mi sento in disordine come solo una donna riesce a sentirsi così davanti a un uomo. Sorrido. Magari quello che c’è tra noi ha meritato tutta quest’ attesa. Magari ne è valsa la pena. Magari…

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