Attese sbagliate

Aspettare e non venire, è una cosa da morire…
Ricordo la voce di nonna, sottolineare la mia ansia, quando mi affacciavo impaziente alla finestra, in attesa che il mio lui venisse a prendermi.
Si vede che era destino. Mi riferisco alla mia vocazione all’attesa.
Ecco, a trent’anni son qui nella penombra di una sera di maggio ad aspettare lui: non lo stesso, un altro amore. Uno di quelli che ti rubano l’anima. Sbagliato, forse è questo che mi conquista.
Succede da mesi. Scendo alla fermata del pullman a metà percorso. La pensilina si trova su un viale molto praticato, per questo mi nascondo tra gli anfratti della zona residenziale alle sue spalle, dove palazzine e ville, offrono un romantico scenario. Un punto specifico all’angolo di due vie interne.
L’orologio cammina, è tardi ormai e lui non si è ancora fatto vedere. Comincia a diventare imbarazzante.

Quante volte è successo? Che ansia! Poi al suo apparire, felice come una liceale, salto in macchina assolutamente priva di senno, donandogli tutta me stessa, il mio impeto, ancor prima di raggiungere il luogo intimo dove consumare la nostra passione, fuori dalla realtà. In tempi ristretti, ovviamente.
Una goccia mi bagna il viso, inizia a piovere, di lui non v’è traccia. Che la moglie abbia intercettato qualcosa? Un contrattempo? Eppure il segnale era stato chiaro: consueto cenno con la mano e occhiolino, avanzando davanti alla vetrina, poco prima della chiusura del negozio.
«Signorina, sta cercando compagnia?» Un tizio si affaccia dal finestrino della sua Punto grigia. La faccia di luna piena e calvo. Arrossisco. Mi ha scambiato per una prostituta, probabilmente.
Gli volto le spalle, e questo lo infervora.
«Su, dimmi quanto vuoi, non fare la difficile!» insiste.
Lo stomaco mi si contorce, lo insulterei volentieri. “Meglio aspettare in silenzio, sicuramente se ne andrà.” Penso tra di me. Invece no, persevera diventando volgare, ripetendo esaltato proposte e atti indecenti.
«Se ne vuole andare… vada viaaaa!!!» gli grido fuori di me, mentre lui esibisce un risolino sarcastico e pare sbavi, sordo al mio invito.
Svolto l’angolo e attraverso la strada: capirà costui? Ora è buio e diventa inquietante aspettare. “Umberto dove sei finito?” La pioggia è più intensa; vedo un balcone e mi ci riparo sotto.
Rifletto: non è questo il solito posto, lui potrebbe pensare che me ne sia andata. Sporgo il capo. L’uomo smanioso si è arreso e avvia l’auto sgommando.
Ora è buio pesto, solo la luce di un lampione spezza l’oscurità di quel tratto di strada. Che faccio? Me ne vado? Certo, che stupida, ormai non verrà più, credo.
Salgo sull’autobus esausta. La tensione mi ha distrutta. Sono quasi le dieci di sera, il cellulare è muto. D’altronde l’accordo è questo: niente telefonate, lasciano tracce.
Mi preparo un toast e bevo un tè caldo. La pioggia lava la città. Tutto assume una lucentezza insolita. Apro la finestra, l’aria ha il tipico odore ferruginoso del temporale.
La televisione parla a vanvera e io sono in condizioni pessime. Meglio andare a dormire.
Aspettare e non venire è una cosa da morire… Già, ora mi rendo conto di cosa intendesse la nonna.
Un po’ di pazienza, domani mi dirà cos’è successo. Domani: ma sino ad allora, chi mi dà conforto?
Alla fine cedo, mi addormento. Ciò nonostante, i miei sogni sono incubi, mareggiate e onde giganti che m’ingoiano e trascinano negli abissi, senza possibilità di salvezza.
Alle sette di mattina nulla è cambiato, quel tarlo mi perseguita. Mi specchio. Ho due occhiaie tremende, meglio che faccia una doccia, così mi rigenero.
L’aria è tersa e in strada il sole accende in modo positivo la giornata. Vedremo.
Colazione al bar, sovente ci si incontra lì. Lui è proprietario di un negozio nei paraggi. In quel caso ci scambiamo solo un convenevole saluto. Non si fa vedere. Aspetto una risposta, me la dovrà dare.
Entro in negozio e saluto appena i colleghi. Vado in vetrina a sistemare alcuni capi. L’occhio vigile. Trascorro la giornata, con un caos interiore senza precedenti.
Infine, la sera, passando mi fa un cenno, che interpreto come quello consueto. Mi riprendo, l’adrenalina si rimette in moto. Tra poco mi racconterà la sua verità, mi sento rinascere.
Stessa fermata, stesso incrocio di vie interne. Sta calando il buio, la luce ha un fascino particolare a quell’ora. Il cuore batte forte.
Consumo passeggiando quel tratto di strada, sta per arrivare, lo sento… un motore di automobile s’avvicina. Ho sete delle sue risposte, del suo abbraccio.
Eccolo, mi si accosta abbassando il finestrino, proprio mentre sto per avvicinarmi e salire.
«Finisce qui, non possiamo più vederci.» dichiara, ignorando le mie lacrime.
«Cosa stai dicendo? Fammi salire e parliamo.» Sto tremando, è una situazione assurda.
«Non c’è altro da dire, mi spiace.» bisbiglia, mentre il vetro si richiude. Lo guardo attonita, l’auto si allontana.
Resto senza parole, vuota. Mi ha lasciata in mezzo a una strada come una prostituta. Una stupida bambola di pezza che non gli serve più: ecco la sua tanto attesa risposta.

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