Solo sei lettere di Antonella Mattei

Tema: Sette parole (Dubita)

Mi accendo l’ennesima sigaretta e osservo la piccola montagna di posta accumulata sul tavolino dell’ingresso; mi sfrego la barba di qualche giorno sulla faccia sdrucita: dovrei farmi una doccia e dovrei farla prima che tu ritorni, il medico ha detto che una lunga passeggiata al giorno non può che farti bene. Controllo l’orologio: ancora un’oretta buona da dedicare al mio vizio e poi arieggiare la casa: tu odi il fumo e al bimbo in arrivo fa malissimo, su questo siamo d’accordo; mi sa che smetterò. Mi sa che smetto subito. Osservo il mozzicone che mi occhieggia allettante e infuocato di desiderio e lo stritolo senza pietà un piattino scheggiato: hai buttato anche i portacenere da quando sei incinta. Ma non esiste cosa che non farei per te e per il mio cucciolo in arrivo. Sarà che non avevo mai messo in conto una relazione seria nella mia vita, sarà che il mio lavoro mi ha talmente assorbito negli anni che non ho mai avuto tempo e voglia di cercare quella giusta, e poi alla mia età un figlio… mai, nemmeno osato immaginare come riuscire ad incastrarlo tra la mia carriera e la mia voglia di essere randagio. E poi tu, all’improvviso, inaspettata, sei arrivata come un temporale ad allagare la mia vita arida. Ho conosciuto l’amore a quasi cinquant’anni, prima di te solo amicizie di letto, di poche ore o qualche mese, poi la passione che pensavo appartenesse solo ai ragazzini, quelli con i brufoli e la pelle del viso liscia come le tue cosce. Mi lascio trasportare dai pensieri, dalle sensazioni: i tuoi capelli profumati sul mio viso, la mia barba ispida tra l’incavo sensuale delle tue spalle e poi l’emozione inesplicabile di questa molecola di vita, di questa mia prosecuzione terrena che arriva a sconquassare la mia quotidianità. Sfioro con le dita ingiallite dalla nicotina minuscoli calzini a pois, mi entrano appena sulla punta dell’indice: ma quanto sarai piccolo? E come farò a cullarti senza stritolarti? E ce la farò a correre con te rincorrendo un aquilone sulla spiaggia? Qualche settimana fa il medico che ha eseguito l’ecografia prima di procedere con l’amniocentesi mi ha rassicurato sorridendo: ha detto che quarantotto anni non sono più l’anticamere della mezza età, mi devo tranquillizzare e poi tu hai solo ventotto anni e sei forte, splendida, sei il ritratto vivente della forza della vita. Un piccolo dolore: qualcosa non mi permette di apprezzare appieno questi attimi irripetibili. Questioni di lavoro, di mie foto usate senza consenso: in particolare quelle dell’ultimo reportage naturalistico, non so spiegarmi, eravamo solo io ed il mio amico fraterno; tre mesi nella foresta a fotografare tutto quello che era possibile. Eppure sono state divulgate le mie foto. Non mi va di rovinarmi la giornata, tanto ci pensano gli avvocati; provoco una slavina di carta rovistando tra la posta impolverata: bollette, multe, depliant di associazioni benefiche; poi sfioro qualcosa di diverso, una piccola busta che sento contenere un cartoncino. La prendo allontanando tutte le altre missive: chi scrive ancora biglietti? La apro con estrema facilità e ne estraggo un cartoncino leggermente avorio, di fine fattura, una sola scritta: Dubita. Prendo le distanze mentali. Uno scherzo sicuro. Torno a rigirarlo tra le mani: dubita. Ma di chi? Di cosa? Dovrei ignorarlo, ma è come un tarlo nella mente, mi accendo una sigaretta dimenticando la fine del mio vizio. Mi avvicino alla finestra esalando il mio veleno, meno doloroso della fitta che avverto nello stomaco. Torno a pensare al mio lavoro, alle mie foto: sei tu Marco quello di cui dubitare? Tu che sei stato nelle tende da campo, nel fango, tra i serpenti, quello di cui dubitare? Hai rubato le mie foto e le hai vendute facendo passare il tutto per un semplice illecito? Torno a sedermi col cartoncino in mano, inforco gli occhiali da vista: calligrafia sublime, tratto preciso, penna costosa; in alto a destra una piccola imperfezione, prendo la lente d’ingrandimento: una minuscola traccia di bruciatura. Guardo la mia sigaretta ormai consumata tra le labbra e non è lei la causa: Marco e i suoi sigari. Sbatto il pugno sul tavolino e cade per terra la busta; la raccolgo e mi giunge un leggero profumo. Mi cedono le gambe. Te l’ho portato io quel profumo, fatto solo per te in una bottega artigiana. Che avete fatto bastardi?! Il dubbio che mi divora ora mi fa mancare il fiato, cerco convulsamente un numero di telefono tra le decine di biglietti da visita nel mio portafoglio.

“Si, pronto , vorrei parlare col dottor Centani, ha fatto l’amniocentesi a mia moglie tre settimane fa.
Sento i vari passaggi di linea e poi una voce affabile e professionale.
“Buongiorno signor Brandani, lei ha un tempismo perfetto, la stavo giusto chiamando, ma sul cellulare. Una questione delicata, dovremmo vederci e parlare di persona.”
“Dottore, credo di sapere tutto. Non è mio figlio vero?”
Un respiro profondo.
“Credo faccia bene a dubitare.”

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