Miracolo di Natale di Maena Delrio

Tema: Sette parole (Termina)maena

«Credo che queste siano le ultime ore che passerò su questa terra. Mi sembra quasi di sentire la voce del creatore che tuona dall’alto dei cieli: « Ehy, Barney, il viaggio per te termina qui».
La vita non è andata come speravo, ma tant’è… e adesso è davvero troppo tardi. Sento di essere arrivato al limite, eppure erroneamente, qualche tempo fa, pensavo di essere ancora troppo giovane per morire. Beata ignoranza! Questo luogo angusto mi soffoca, il buio è talmente denso che non riesco a vedere a un palmo dal naso. Da quanto sono rinchiuso qui? Minuti, ore? Ormai ho perso la cognizione del tempo. Credo che mi abbiano messo dentro una specie di cubicolo, sono stato preso in contropiede, anche se da parecchi giorni avevo fiutato qualcosa di nuovo nell’aria.
E, lasciatemelo dire, ultimamente le novità sono state sempre latrici di cattive notizie. Prima è toccata al mio compagno di cella. Non era un tipo loquace a dire il vero, ma mi stava simpatico, e il fatto che avesse fin da subito percepito quali fossero i suoi spazi è sempre stato un punto a suo favore. Sicuramente era un conforto per me la sensazione di non essere solo: una disgrazia condivisa è pur sempre una disgrazia, certo, ma quando hai la certezza che non è capitata solo a te, è meno difficile da digerire. Comunque, un giorno era lì con me, rintanato in un angolo a leccarsi le ferite, e il giorno dopo era sparito.
Già, svanito, evaporato: mi sveglio la mattina e lui non c’è più. Come abbiano fatto a portarlo via nel cuore della notte senza che me ne sia accorto, ancora adesso rimane un mistero. Nemmeno per un secondo ho pensato che fosse semplicemente riuscito a fuggire: non si evade da una cella di massima sicurezza. Dopo di lui è stata la volta di due fratelli che occupavano la stanza affianco alla mia. Due cari giovanotti, anche se un po’ illusi (d’altronde, data l’età, non potevano che credere ancora nelle fiabe a lieto fine). Sono andati via un pomeriggio, hanno pure fatto festa insieme alle guardie che li tenevano in custodia, pensando di andare verso un “posto migliore”… idioti! Da un carcere come questo si esce solo in un modo, ossia dentro un sacco, con un biglietto di sola andata per la fornace.
Credo che ci fossero nati, qui dentro. Vivere senza mai vedere il colore del cielo, senza mai sentire i raggi del sole che ti accarezzano il grugno… non ho idea di come abbiano fatto a non impazzire! Io la ricordo bene, la vita prima del lager. Ricordo il sapore della libertà, le corse a perdifiato, l’immensità degli spazi aperti da esplorare, le femmine! Oh, le femmine!
Quanto darei per rivederne una, anche solo per un attimo! Sentire il suo profumo, la morbidezza delle carni, la voluttà del suo sesso! E invece sono rinchiuso qui, in attesa di una condanna a morte senza giudizio! Avrei dovuto immaginarlo, ieri, quando quella coppia, un uomo e una donna infagottati nei loro caldi cappotti di lana, ha sostato più del dovuto davanti alle sbarre del mio buco. Li ho sentiti confabulare tra loro, infine mi hanno indicato col dito alla guardia. Io non li ho degnati di uno sguardo, nemmeno quando hanno cercato di attirare la mia attenzione con quelle vocette stridule. Ora me ne pento, sarei dovuto stare al loro gioco, forse adesso non sarei qui…
E ora che succede? Il cubo si sta muovendo, sento che due bracci meccanici mi stanno sollevando, forse vogliono buttarmi nella fornace … ma non possono! Sono ancora vivo! Mettetemi giù! Oh Dio, non si può morire così, per giunta la mattina di Natale! Ci vorrebbe un miracolo! Ok, ok Barney, smetti di latrare, il momento è arrivato, cerca di mantenere un briciolo di dignità, urlare non ti servirà a niente. Concentrati Barney, cosa senti? Usa i tuoi sensi! C’è uno strano silenzio, ci siamo fermati… oddio, la paura mi ha mandato fuori di testa , sto parlando a me stesso! E ora, che altro succede? Vedo uno spiraglio di luce lassù in alto, che sia già morto? Pensavo che funzionasse diversamente, la morte intendo… in effetti potrebbe anche essere così che va a finire, dato che nessuno è mai tornato indietro per raccontarmelo. Ma cosa sono quelle, due mani? Lasciatemi, non riuscirete a torturarmi, mi opporrò con tutte le mie forze! E poi, perché questo essere continua a chiamarmi Jack? Io sono Barney, Barney ho detto! E smettila di fissarmi negli occhi… quegli occhi…»

La bambina fece uno strillo di gioia: «Mamma, papo ! Un cane! Un cane tutto per me! Vieni qui Jack! Sì, hai proprio la faccia da Jack! Vieni qui, birbantello!». Alice tirò fuori il suo regalo di Natale dalla scatola affianco all’albero illuminato: un jack russel dal pelo bianco, con una macchia sull’occhio, il muso appuntito e la punta della coda nera. «Babbo Natale è andato a prenderlo apposta per te giù al canile» cominciò la mamma «… quindi ne ha passate tante e avrà bisogno di tutto l’affetto possibile.» concluse il papà. Ma Alice non li ascoltava già più, le ridenti iridi blu che vagavano estasiate nel bruno dorato degli occhioni del suo nuovo amico del cuore.

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