Via col vento

Fuori concorso

Luce: la strada, buia e assopita, sembra prendere vita; muta nei toni del rosso e amaranto, si tinge d’arancio e di bianco. Dove prima era ombra, i raggi del sole cominciano a disegnare strani arabeschi, fluttuazioni di fasci luminosi che tracciano i contorni degli alberi, ridefiniscono i confini delle cose, animano il serpente d’asfalto che si stende sotto i miei piedi. Eccomi: venuta fuori dal nulla, stagliata contro il baluginio tremolante dell’alba, ci sono io. Giro di scatto il viso e mi copro la fronte con una mano, mentre un timido bagliore mi accarezza una guancia e s’insinua tra le ciglia, gli occhi socchiusi a ripararmi dal baleno accecante. Volute di fumo rarefatto escono dalla bocca, al ritmo del mio respiro: il freddo è pungente, ma il mio corpo non sembra percepirlo. A poco a poco l’iride si adatta alla nuova condizione, si restringe e si contrae, fino a trovare l’equilibrio perfetto: è quello l’esatto istante in cui parto. Uno, due ,tre: poggio l’avampiede timidamente, un passo dietro l’altro, e già sento un calore che si irradia e si espande, risale dal polpaccio in tensione, allunga i tentacoli verso le forti fibre muscolari della coscia, tuona nel ventre, pervade il torace e dalla nuca deflagra in un’esplosione di sinapsi. Aumento il passo. Intorno a me solo silenzio, la città intera dorme ancora: non la sveglierò, ne sono certa, non farò rumore. Mi fondo con la terra, con il cielo. Sento solo il ritmo del mio respiro e del cuore, e i passi veloci che si alternano in una frenetica danza senza mai toccare contemporaneamente il suolo. Toc, Toc, Toc. Suono di suole che calpestano l’asfalto, sinfonia di sangue che scorre impetuoso nelle vene: fluisco, confluisco, scorro, precipito. Intorno a me le immagini si distorcono, si allungano, cambiano forma. Sono incandescenza: la forza propulsiva ha rotto gli argini dei miei limiti, ha liberato in me energie che non sapevo di possedere; penso che potrei morire in questo esatto momento e non m’importerebbe, tanto è lo stato di profondo stupore che mi domina. Affronto la salita: sento il vento che s’alza e mi sospinge; aumento la falcata, la meta è a pochi metri. Sento i muscoli in tensione, elettricità che mi percorre e mi rende ebbra di una gioia tanto tangibile quanto effimera, potente nel suo manifestarsi, al punto da farmi scivolare in un’estasi senza via d’uscita. E infine accade: la visione che ripaga di mille fatiche, il sacro graal che rende immortale l’anima, la coppa alla quale abbevero la mia sete di vita. Eccola, la distesa sterminata che colma ogni mio dubbio e dissipa tutte le paure. E’ lì, ai miei piedi, l’ho conquistata e ora la governo con lo sguardo. Apro le braccia all’infinito che mi si staglia davanti e lascio che la brezza dal mare mi accolga. Divoro con gli occhi la magnificenza del cosmo, fino a sentirmi completamente appagata . E infine mi dissolvo in esso, come bruma, mi disgrego in particelle di luce, mi perdo, trasportata da un alito di vento.

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