Il tutù strappato

Era pronta, là dietro, a riparo da uno dei sipari, in attesa del momento in cui sarebbe entrata in scena: ancora due minuti e intanto ripassava la musica e i movimenti.
Poi accadde tutto in un attimo. Cos’è un attimo? Forse la frazione di un secondo, uno schiocco di dita sufficiente però perché i mondi si sconvolgano, mari invadano le terre, grattacieli sprofondino nelle viscere della terra che si apre all’improvviso. In quella frazione di secondo, due piccolissime ballerine correvano, una scivolò e, nel cadere, non trovò altro dove appigliarsi che il tutù della compagna più grande, quella che, altre volte, era stata così gentile con lei: chissà forse pensava che l’avrebbe aiutata a non cadere.
Lei avvertì che qualcosa l’agguantava e poi udì uno ssssttttrrraaapp, inequivocabile. Alzò le mani al viso mentre un nnnoooo prolungato accompagnava la vista del suo tutù che cadeva a terra e lei rimaneva in solo body e calzamaglia.
Due minuti, mancavano solo due minuti!
Poche battute della musica e lei sarebbe dovuta entrare in scena e sostenere, finalmente, la parte da solista, quella che avrebbe dovuta riscattarla da anni di umiliazioni perché, in effetti, era cicciottella, era bassa, non era aggraziata: cosa si illudeva di poter fare? Quelle cose se le era sentita dire tante volte ma lei, col conforto della madre, aveva continuato a lavorare su se stessa. Ora era tutta compenetrata nella parte da sostenere, si era preparata: doveva, anzi, voleva farcela, avrebbe avuto l’applauso del pubblico e finalmente, l’approvazione della sua maestra.
Due minuti soltanto, ma, prima di quei due minuti il sibilo dello strappo e la caduta del tutù la portò a una cruda realtà: non avrebbe potuto esibirsi!
Un attimo di smarrimento; forse però faceva in tempo a correre in camerino, avrebbe indossato qualunque cosa.
“NO! Non c’è tempo. Ti sostituisce Rosy.”
Ti sostituisce? Ma quella non era una recita, era il saggio finale e quello doveva essere il suo momento, non avrebbe potuto ripeterlo mai più.
Lacrime cocenti.
Lacrime ancora più cocenti quando la maestra, per giustificare la sostituzione alla madre, le spiegò la cosa come se la figlia avesse provocato il disastro.
“Mi dispiace, signora, ma sua figlia è proprio il contrario di lei, lei si che avrebbe potuto fare la ballerina, ma sua figlia. Ma gliel’hanno cambiata nella culla?”
Rideva la maestra pensando di aver fatto una battuta.
Perché sua madre non aveva risposto?
Semplice: la risposta l’aveva avuta a casa quando alla sua domanda fredda e diretta la madre aveva dovuto confessarle che si, era stata adottata: ma non cambiava nulla, era sua figlia!
La scoperta l’aveva sconvolta, tutto era cambiato nella sua vita e allora aveva deciso lei di appendere al chiodo le scarpette da ballo.
Poi in un giorno di vento, aveva deciso che avrebbe dato una svolta alla sua vita. Sarebbe andata via, col vento anche se è triste, troppo triste buttarsi da una finestra quando non hai ancora diciotto anni.
Mentre salutava il mondo a modo suo, la vide passare; quella donna passava tutte le mattine sotto la sua finestra: correva e lei aveva sempre pensato che corresse come il vento.
Allora cambiò idea, invece di buttare via la sua vita che, a un tratto le sembrò bella, indossò una tuta, le scarpe da ginnastica e avvisò la madre: io scendo!
E andò anche lei a correre. Voleva correre più veloce del vento!

* * *
C’era riuscita!
Era lei che stavano applaudendo migliaia, centinaia di migliaia di persone e, cosa? L’avrebbero vista in tutto il mondo?
Aveva bisogno di una conferma da parte di chi le stava vicino.
Si, applaudivano lei, non lo capiva ancora?
Aveva vinto la maratona di New York e non si sarebbe fermata.
Avrebbe continuato a sfidare il vento.

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