Un salto verso l’ignoto

Incipit e finale del romanzo omonimo

Odio il mese di ottobre. Lo odio tanto quanto amo il mese in cui sono nata
Era sera, il sole, ancora visibile stava scomparendo nel naviglio e tu mi hai tenuta in braccio.. Non me lo hanno detto e non lo ricordo, ma anche se non ero chi ti attendevi, anche in quel momento ti sei sentito un poco protagonista. Ti è sempre piaciuto recitare la parte del primo attore. Quelle bellissime mani, dalla presa sicura, si saranno mosse come imbarazzate nel tentare di tenermi e non far cadere quei due chili scarsi della tua prima creazione.
In ottobre la natura si prepara, si spoglia e, silenziosa, va incontro al sonno.
E anche oggi, come ogni sera, mi preparo, mi spoglio, mi tolgo i colori dal viso e, silenziosa, inizio a chiudere gli occhi con la speranza di svegliarmi domattina. Un ripasso d’obbligo alle ore trascorse, per essere certa di non aver tralasciato nulla, nemmeno le preghiere che non recito più. Voglio solo pensarti in armonia.
Dove ora vi trovate, possiate vivere senza conflitti, in uno stato di pace perenne, magari vicino a chi ti ha osteggiato, ti ha maledetto quando eri un corpo, un bellissimo corpo maschile.
Eri mio padre.

*******
Il cancello del cimitero era spalancato. Entrai e vidi il guardiano che stava ripulendo il vialetto centrale.
– Mi scusi, -gli chiesi, – sa dove posso trovare la tomba di questo defunto?
Comunicandogli il nome di mio padre ero convinta che mi avrebbe indicato subito il luogo, come se lui fosse stato ben noto, là dentro.
Il guardiano, osservandomi senza chiedermi chi fossi, mi accompagnò in una camera grigia efredda, malgrado fuori il sole fosse alto e cocente. Buttò sul tavolo degli enormi libri e mi disse:
– Cerchi qui, in che anno e mese è morto?
Confesso di aver eliminato i documenti che ottenni durante le mie ricerche, mi ricordavo solo il mese, il che mi portò quasi a perdere le speranze di ritrovarlo. Poi finalmente provai a consultare un registro precedente, e lessi il suo nome.
– Ecco, mi scusi, l’ho trovato, dov’è questo campo? 94 95
E con la ramazza in mano mi fece segno di andare a destra, salendo alcuni gradini.
Mi accorsi di tremare, vidi il suo nome, non proprio il suo vero nome, ma quello dell’antenato
illustre. Anche qui ha voluto cancellare la sua umile provenienza ed essere ricordato per ciò che
non era. Ma non lo biasimai, il mio perdono e la mia comprensione erano una cosa sola.
So che dietro quel marmo giace quello che fu il suo corpo, atletico, ma spezzato da un cuore
sofferente. Chissà se io ne sono stata in parte la causa. Ma non è più tempo per questi pensieri.
So anche di non avegli raccontato che in piedi, davanti alla sua tomba, non uscì una lacrima dai
miei occhi, malgrado percepissi tanta vicinanza al cospetto di quel marmo, e di quanto affidai i miei
sentimenti a quella candela che accesi in sua commemorazione.

La spossatezza di tante emozioni mi sta riportando a una nuova fase del sonno, ma…
Un salto.
– Sì, pronto. Pronto?
– Ciao… Elisabetta… finalmente sento la tua voce!
La comunicazione si interrompe. È notte, non ho la forza di rendermi conto di dove siano le lancette della sveglia. Ma rievoco quella voce tanto familiare. Ritrovo la posizione iniziale, presto sarà giorno. Lui ora è accanto a me e nulla e nessuno potrà mai più dividerci.
È mio padre.

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