Quattro squilli nella notte

dallasenCome ogni notte gli squilli irrompono nella mia testa a ricordarmi che la mia vita è ruvida, ruvida come la mia mente. Squarciata come barattoli deformi che rotolano sui miei passi.
Stringo le lenzuola di tela anch’essa ruvida, uguale a quella dei miei pantaloni, e le contorco intorno ai pensieri, cerco di strapparle dalla mia carne. Sono un ammasso di pelle raggrinzita informe e inutile, cellule scomposte senza più una meta, senza più ritorno.
Eppure un tempo ero vivo, ero un uomo, ero giovane. Dove ho perso la mia vita? Lo so, lo so dove l’ho persa: in quella verità mai detta.
Ho ripercorso migliaia di volte quella notte…
– stavamo tornando da Perugia, eravamo andati a trovare i genitori di mia moglie, Anna, che si era appena appisolata sul sedile. Mancava poco all’uscita dall’autostrada, da lì ancora venti minuti e saremo stati a casa. Era mezzanotte e ventisette, ho fissa l’ora nella mente, come ho fisso il numero del cellulare che comparve sul display dell’auto. Uno, due, tre, quattro squilli e poi più niente, solo la voce di Anna che assonnata chiedeva chi era. –

Ed io ho pensato a “Lei”, le sue gambe, i suoi fianchi che si muovevano al ritmo più antico del mondo, e mi sono estraniato solo un attimo da tutto ciò che avevo intorno. Un attimo che è valso la mia vita mentre non vedevo l’auto che mi stava sorpassando a folle velocità tamponando quella davanti, perdevo il controllo e tutto finiva.
Sirene, lampeggianti… sangue in quella notte senza neanche un briciolo di luna a rischiarare la mia colpa.
Le cicatrici rimaste sulla mia pelle sono niente, solo segni di memoria, quelle che ho dentro invece sanguinano, non smettono mai.
E vedo ancora una volta l’asfalto inghiottire la mia esistenza, viscido e untuoso ricopre il corpo esangue di mia moglie e quello del nostro bimbo mai nato. Cerco di strapparli a tutto quel nero oleoso, ma sfuggono, mi lasciano solo con la mia colpa nascosta.
Per quante notti ancora sognerò tutto questo? Non finirò mai di sognarlo sino a quando li salverò. Ce la farò, e allora li stringerò più forte, li proteggerò.
“Lei” sarà solo un nome, un incidente di percorso, una debolezza mai confessata.
Scrollo i pensieri dalla mente e alzo lo sguardo al neon che penzola dal soffitto, consumato come il mio tempo, spande una luce fioca. Poi fisso il tavolo davanti a me e riesco a scorgere i graffi, le scheggiature delle centinaia di unghie che si sono consumate su quel legno nel tentativo di placare la mente, di gridare le loro verità, di nascondere le verità. I segni lasciati dalle mie unghie sono più nitidi, sono solo i più recenti e il sangue è ancora caldo.
Ruvido, tutto è ruvido in questo luogo. Il mondo liscio è fuori, fuori da quella finestra sbarrata da cui si intravvedono il muro di cinta e il cancello in ferro.
Una volta questo posto si chiamava manicomio. Ora solo una targa anonima: “Casa di cura psichiatrica per anziani” cerca di dare un senso a vite tradite e abbandonate come la mia.

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