La condanna

Non poteva dormire. Desiderava più di ogni altra cosa chiudere gli occhi davanti al buio della notte e risvegliarsi, finalmente!, dopo una sana nottata di sonno. Ma questo era un lusso che non gli era più concesso. Restare sveglio, mentre il mondo attorno lui si acquietava e il silenzio si impadroniva delle ore che lo separavano dall’alba, era la sua condanna.
Viveva solo da lungo, lungo tempo. Avrebbe dovuto esserci abituato. Eppure, al calare di ogni giorno, provava sempre la stessa sensazione di angoscia e solitudine.
Rammentava come fosse ieri il pianto del suo bimbo neonato che lo svegliava in piena notte e lui allungava la mano nel letto a controllare. Toccava il tiepido vuoto che lei gli aveva lasciato accanto per attaccarsi il piccolo al seno e placare la sua fame, e riprendeva a dormire. Ci provava, almeno. In realtà rimaneva immobile e silenzioso, gli occhi ostinatamente chiusi per costringersi a riprendere il sonno interrotto. Ma quando lei, adempiuto al suo dovere, gli si allungava nuovamente al fianco e subito si riaddormentava tranquilla, lui era ancora là, sveglio. E sempre più nervoso e irritato.
Dormire gli era indispensabile!
Era innamorato di sua moglie e voleva un bene dell’anima a quel piccino, ma doveva dormire! E invece pareva che il bimbo lo facesse apposta a svegliarlo sempre nel mezzo della notte, quando il suo sonno era il più profondo e ristoratore e il più difficile da recuperare…
Iniziarono le discussioni. Lei gli rimproverava la sua assoluta mancanza di comprensione, lui di non saper fare la madre. Ogni notte di sonno perduta i toni diventavano più accesi, le parole più aggressive. Fino a quella sera.

«Non ce la faccio più, hai capito? Se mi sveglia anche stanotte giuro che non risponderò delle mie azioni!»
«Va bene, d’accordo! Vuoi dormire? Prego, fai pure, me ne vado. Anzi, ce ne andiamo! La casa è tutta tua, contento?» Sua moglie prese il bambino che piangeva e se lo strinse al petto. «Andiamo piccolino, andiamo a fare una passeggiata, su, sta’ buono…». Afferrò le chiavi dell’auto e uscì di casa sbattendo la porta.

Lasciarla andare fu facile. Erano troppe notti che dormiva poco e male. Si stese sul letto, esausto, un involontario sospiro di soddisfazione. Si addormentò subito, nella casa finalmente silenziosa.
Dormì. Per molte ore. Fino alle tre. Quella era l’ora in cui di solito il pianto di suo figlio lo faceva sobbalzare strappandolo al sonno. Istintivamente allungò la mano alla sua sinistra, ma non c’era nessun cantuccio tiepido. E non era il pianto di suo figlio che l’aveva svegliato, ma lo squillo del telefono. Insistente.
«Pronto» borbottò con voce impastata alla cornetta.
«Pronto, signor Riccardi? La chiamo dall’Ospedale del Buonsoccorso. Mi dispiace…»
Sua moglie e suo figlio non sarebbero più tornati.

Gli era rimasto solo il silenzio. E una casa che diventava sempre più sporca e piena di polvere. Polvere sulla sua culla, sulla scatola dei pannolini, sui libri in pila sul comodino di lei. Polvere sul suo cuore spezzato.
Si sdraiò, un flacone di pillole e una bottiglia di whisky. Questa volta avrebbe dormito per sempre.

***

Guardò il cadavere mummificato che giaceva sul letto. Il “suo” cadavere. Ma era solamente un guscio vuoto. Non era lui. Lui doveva scontare la sua condanna e vagare, fantasma senza riposo, tra le stanze silenziose. Ogni notte. E ogni giorno. Invisibile e solo. Fino alla fine dei tempi.

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