Il buio oltre l’arcobaleno

dileonardoLory chiuse il libro e allungò la mano verso il cellulare un attimo prima che questo squillasse.
– Dottoressa Stella- disse aprendo la comunicazione. Dall’altra parte silenzio. – Dottoressa Stella – Ripeté. Ancora silenzio. Guardò il display, non appariva nessun numero.
Lory era medico e quella notte era reperibile. Compose il numero del suo reparto in ospedale, al secondo squillo l’infermiera di turno alzò la cornetta. – Dottoressa mi dica… no, non l’abbiamo chiamata. Qui è tutto tranquillo. No, nessuna emergenza. Stia tranquilla, se dovessimo avere bisogno di lei la chiamerò. Buonanotte dottoressa.-
Uno squillo insistente del campanello la costrinse ad alzarsi di botto dalla poltrona, il libro e il cellulare finirono a terra. Corse veloce verso la porta d’ingresso. – Chi è? – Chiese preoccupata.
– Chi è?- Nessuna risposta.
Guardò dallo spioncino, il pianerottolo era deserto.
Il cellulare riprese a suonare. Guardò il display. Nessun numero.
– Pronto – L’ansia la stava assalendo. Nessuna risposta.
Andò in cucina, si versò un bicchiere d’acqua e lo bevve con avidità.
Tornò in soggiorno, il libro e il cellulare erano ancora sul pavimento. Raccolse il cellulare e lo mise in tasca, poi prese il libro, qualcosa di azzurro sporgeva dalle sue pagine. No, non era il suo segnalibro, quello era giallo. Si trattava di un foglio piegato in quattro. Era una lettera. Come era finita tra le pagine del suo libro? Cominciò a leggere.

Ciao dottoressa, mi chiamo Elly, ho quindici anni o meglio quella era mia età quando ci siamo incontrate.
Quella sera di fine maggio stavo rientrando a casa dalla palestra con le mie amiche. L’aria era tiepida, era piacevole camminare lungo il viale alberato, i giardini erano pieni di rose e di altri fiori colorati e profumati. Le mie amiche ed io abitavamo a poche decine di metri l’una dall’altra. Casa mia era l’ultima del viale, ma non avevo paura di percorrere da sola l’ultimo tratto. Erano veramente pochi metri e la strada era ben illuminata. Non potevo immaginare quello che stava per accadermi.
All’improvviso un brivido, un capogiro e poi… buio.
Mi risvegliai in una stanza illuminata da candele, nell’aria un forte profumo d’incenso, ma non ero in una chiesa e non ero sola. Tra uomini e donne contai sette persone. Si avvicinarono a me.
– Rilassati Elly, non ti faremo del male. Prenderemo solo un po’ della tua essenza vitale e poi ti lasceremo libera. Naturalmente non ricorderai nulla di tutto questo, ne cancelleremo ogni traccia dalla tua memoria ed è per questo che possiamo lasciarti in vita.-
L’uomo che aveva parlato sembrava il capo e fu il primo ad avvicinarsi a me, mi appoggiò la mano sul cuore e chiuse gli occhi. Non sentii dolore, questo no, solo la sensazione che qualcosa di liquido defluiva dal mio corpo al suo. Vidi quel qualcosa attraversare il suo braccio, la spalla, arrivare al petto e poi al cuore. Ad uno ad uno anche gli altri si avvicinarono a me e ripeterono la stessa operazione. Ognuno di loro si fermava solo qualche secondo, ma ogni volta mi sentivo un po’ più debole.
– Tranquilla piccola – disse l’uomo che sembrava il capo – ti lasceremo abbastanza essenza vitale da farti sopravvivere. Ti riprenderai in fretta.-
Quando l’ultimo dei sette, era poco più di un ragazzo, si avvicinò a me pensai con sollievo che la brutta avventura stava per finire. Sarei tornata a casa un po’ debole, ma viva.
Il ragazzo si avvicinò e, come gli altri, mi pose la mano sul cuore. Per la settima volta vidi la mia energia passare da me a lui, ma a differenza degli altri non si allontanò dopo pochi secondi.
– Lasciala, così la uccidi – urlò una donna.
Il ragazzo non la ascoltò. Avrei voluto urlare, ma non avevo più forze. Mi sentii risucchiare in un turbine di colori e poi nel buio più profondo.
Quando il capo afferrò il ragazzo e lo allontanò da me respiravo appena. Le loro voci concitate arrivavano al mio orecchio ovattate. Mi sentii sollevare. Chi mi aveva presa in braccio stava correndo. Credo che mi abbiano stesa sul sedile posteriore di un’auto, ne percepivo il movimento.
Mi lasciarono davanti al Pronto soccorso. Il resto della storia lo conosci dottoressa.
Tentasti in tutti i modi di rianimarmi, di strapparmi al buio. Non ti arrendesti facilmente, ma fu inutile. La mia vita non mi apparteneva più, scorreva nelle vene di altri, pulsava nei loro cuori. Ho percepito il tuo dolore per non esserci riuscita, ho visto le tue braccia cadere sconsolate lungo il corpo e una lacrima sfuggirti dalle ciglia. Ti ringrazio anche di questo. Ho capito che per te non ero un numero, ma una persona.
Vorrei che dicessi ai miei genitori che dove mi trovo sto bene. E’ vero non percepisco più il calore del sole, non vedo più i colori del tramonto e non sento più il profumo dei fiori.
Ma qui c’è tanta pace.

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