La tormenta

Eravamo arrivati.
Teo scese dall’auto senza dir nulla e così lo imitai, l’aria gelida come una tenaglia.
In altri momenti, avrei desiderato solo buttargli le braccia al collo e stringermi contro di lui, aspirando dal suo profumo caldo e dolce, invece questa volta non osai sfiorare neanche il lembo del suo giaccone pesante, né prendergli la mano.
Camminammo tra i residui di neve accumulata ai lati della strada. Tomas ci venne incontro, la barba ancora più folta e candida di come me la ricordavo, la solita camicia a scacchi da boscaiolo.
«Come state, fatto buon viaggio?» chiese col suo accento straniero e io non ebbi nulla da replicare, mentre guardavo le sue labbra carnose venute fuori come un fiore in boccio tra tanto bianco.
Teo sorrise, annuì anche per me, entrammo. Tomas ci mostrò in un attimo tutto quello che aveva preparato, il cibo, la legna, le coperte, poi se ne andò nella sera ghiacciata.

Eravamo arrivati.
Alla resa dei conti, pensai. In quel rifugio sperduto che ci aveva visti sempre uniti e consapevoli delle nostre vite. L’ha scelto proprio per questo, mi dissi, ma sapevo anche che proprio per questo l’avrei odiato per sempre.
Ci preparammo una bevanda calda.
Teo si accostò ai vetri.
«Si prepara una bella tormenta» disse e i pensieri nella mia testa si agitarono più del turbinio dei cristalli di ghiaccio lì fuori.
«A cosa pensi adesso, piccola Sara?» mi fece poi con gli occhi tristi e per la prima volta mi accorsi di quanto fosse magro.
La tensione calò di colpo ed ebbi per la prima volta pena per lui, per me, per noi.
«Non posso, Teo, torniamo indietro.»
«Invece sì, tu provaci, fallo per me.»
Feci no con la testa, ma sapevo che l’avrei accompagnato comunque nei suoi ultimi giorni, quei giorni che aveva deciso di passare da solo con me, in un posto che ormai mi sembrava impervio e sconosciuto.
Eravamo arrivati.
Ai confini del mondo, del nostro mondo di sempre. Forse persino oltre.

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