La fame

Tema: Memorie perdute e La pioggia

loblundoQuante volte l’avevo incitata a mettere per iscritto le sue memorie!
“Non c’è differenza tra te e la piccola Anna Frank, anzi… !”
Mentre concludevo in quel modo mi vergognavo di relegare al secondo posto quella ragazzina che non aveva avuto il tempo di affacciarsi alla vita. Lei non aveva mai voluto. Perché? Semplice!
Si vergognava di quel che aveva vissuto!
“Ma non è stata colpa tua!” la invogliavo.
“Non lo so!”
Si vergognava di aver provato simpatia per chi non avrebbe dovuto e che in qualche modo l’aveva protetta. L’avevo conosciuta durante gli ultimi mesi della sua vita, maestra in pensione ancora ben voluta e lei, che di sé non aveva mai parlato a nessuno, aveva iniziato a farlo in una giornata di pioggia.

“La pioggia lava tutto, anche gli orrori del mondo.”
Era iniziato così il nostro colloquio confidenziale.
“E non ti sei mai sposata!”
Forse aveva ragione. Come fai a raccontare gli orrori vissuti, le bestialità subite, le angosce, che ancora nel presente le procuravano incubi notturni. Non avrebbe potuto!
Poi, meravigliata perché mi raccontava non solo una storia, ma anche i particolari di certe situazioni, diceva:
“Con te è stato facile parlare. Tu sei vecchia quasi come me, sei stata sposata, hai avuto le tue sofferenze di donna e poi… ormai… nessuno di coloro che erano con me sono vivi. Ero la più giovane al campo per questo ero la più ricercata da quei porci: Dio li maledica!”
“Devi scrivere questi ricordi, sono memorie e ora, si celebra anche un giorno dedicato alla memoria.”
“Niente memorie. Le mie sono di terrore subìto, è vero, ma anche di sudiciume interiore. È sudiciume quando accetti di vendere il tuo corpo per un piatto di pasta, un pezzo di carne, o per un bicchiere di vino e la cioccolata, perché sai che, dopo mangiato, seguirà una notte d’inferno durante la quale ti maledirai per lo schifo che provi per esserti barattata in quel modo. Accettavo per paura di essere uccisa o perché in cambio potevo mangiare? Riuscivo a portare qualcosa alle vicine di baracca che, tuttavia, mi guardavano quasi fossi una cagna appestata. Invidiavano la mia giovinezza che mi rendeva privilegiata e ignoravano i lividi che nascondevo sotto la dura casacca e, ancor più, nell’anima.”
Mi raccontava particolari di quei momenti!
“Immaginavo di essere sul lungo Tevere, a spasso col mio fidanzato, poche ore prima di essere trascinata via da casa e di essere sbattuta su un treno, staccata dai miei cari dei quali non ho saputo più nulla. Allora, mentre mi auto condannavo perché ero su quel letto pur di poter mangiare, cercavo di illudermi che le mie nozze fossero state benedette dal rabbino e che quello che giaceva su di me, mentre tenevo gli occhi chiusi, fosse mio marito. E invece no, non ti è concesso di immaginare perché a un tratto il dolore ti fa gridare, mentre quello sghignazza felice delle tue urla. Quanto tempo è durato quello schifo? E, ogni volta, tornavo alla baracca sempre più dolorante, sempre più nauseata, abbrutita, invecchiata anzitempo: avrei potuto uccidere uno di quelli ma poi, sarei stata uccisa io!”
Quando rimpiangeva di non essere stata così forte da farsi uccidere invece che cedere per fame, cercavo di rassicurarla che quello che aveva vissuto era stato un martirio e mettere per iscritto anche i suoi rimpianti l’avrebbe aiutata a ridimensionare i propri sensi di colpa.
“No! No! No!”
* * *
Io… ho disubbidito. Non volevo andasse perduta la ricchezza del dramma di questa donna, simile a quella di tante altre donne ignote.
Oggi, Giorno della Memoria, sono stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, ma non ero io lì, in quel posto c’era lei, il personaggio innominato di questo libro. Mentre, col Presidente, sfogliavo il libro che ho scritto, ho capito che la vita di Sara non è stata vana perché il suo libro non descrive solo gli orrori ma anche la sofferenza di un’anima che ha cercato la redenzione in una giornata di pioggia che cadeva scrosciante mentre i reclusi correvano incontro agli alleati liberatori.
Pioveva forte e nessuno si accorse di una giovane che si rotolava nel fango mentre lacrime di vergogna uscivano dai suoi occhi. Quando si era sentita bene bene inzaccherata, in ginocchio, aveva allargato le braccia e aveva lasciato che la pioggia la lavasse e in quel momento, col fango, aveva sentito andare via tutte le sozzure di cui era stata sporcata. Un sorriso le aveva segnato le labbra al pensiero che nessun altro male peggiore avrebbe potuto colpirla.
Invece, mentre si avviava verso i liberatori, si era sentita punta dai tanti occhi inquisitori delle donne e allora aveva pensato che l’acqua non era bastata a lavarla: solo l’oblio, il silenzio, avrebbero potuto salvarla. A guerra finita, su di sé aveva inventato una storia e, per insegnare, aveva cambiato città.
Il mio rimpianto? Non essere riuscita a farle accettare che la pioggia che l’aveva purificata del fango esterno aveva lavato anche tutta la sofferenza l’angoscia, la vergogna della sua anima e le aveva restituito la sincerità di una vita nuova, quella che lei aveva donato ai suoi alunni.

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