Il peso della colpa

Tema: Memorie perdute

-Dove sei, Eva? Puoi descrivermi ciò che vedi?
La voce risuonò nella sua testa, fino a farle dolere i bulbi oculari. Sentiva freddo, ma ciò non le impedì di slacciarsi i primi bottoni della camicia. Era come se qualcosa le premesse incessantemente sullo sterno, provocandole una sensazione simile al soffocamento, non abbastanza forte da impedirle il respiro, ma pressante al punto da rallentarle il battito cardiaco.
-Cosa vedi?
Eva aprì gli occhi. Fu come se mille spilli le trafiggessero le pupille. Ecco l’effetto che fa, cosa accade quando si è rimasti ciechi per troppo tempo.
-È solo luce – ripeté mentalmente a se stessa, portandosi le mani alla fronte per schermare il fascio luminoso. Si passò la lingua sulle labbra riarse: sapeva di sale. La sagoma scura di lui, posta controluce in un punto indefinito dello spazio di fronte a lei, proiettava un’ombra lunghissima, che si stagliava sulla sabbia come una lama, e si perdeva tra i riflessi del bagnasciuga.

-Vedo il mare.
-E nient’altro? Non c’è nient’altro, tra le onde?
No, Eva non vedeva nient’altro. Si avvicinò all’acqua, in un goffo tentativo di osservare meglio. La sensazione che provò la stupì: contrariamente alle sue aspettative il liquido era caldo, vischioso, denso. Si chinò e lo sfiorò con le dita, i polpastrelli che vibravano sotto la corrente. Il mare ribolliva: la donna vi s’immerse fino alle caviglie, poi alle ginocchia, finché l’acqua non le arrivò alla vita. Un fiotto di bile le bruciò l’esofago, e dovette ricacciare indietro un conato di vomito. Sentì le braccia irrigidirsi in uno spasmo, mentre i suoi occhi scrutavano una massa indistinta che riemergeva dalle profondità, e restava come sospesa a pochi centimetri dalla superficie.
-Cosa c’è tra le onde, Eva? Vedi qualcosa, sott’acqua?
La voce dell’uomo sulla spiaggia ora tuonava e, rimbalzando su superfici immaginarie, si frantumava in una eco che le rimbombava nelle orecchie, simile all’effetto dei cerchi concentrici che produce una pietra lanciata al centro di un piatto specchio d’acqua. Eva però, pur captando l’emissione sonora, non comprese le parole. Il suo cervello era troppo impegnato a elaborare qualcosa che era rimasto in ombra troppo a lungo, per poter decifrare altri stimoli esterni. Ora, lei vedeva.
Cacciò un urlo lungo, acuto, doloroso. Due grosse lacrime le rigarono le guance, mentre riconosceva il bel viso del suo bambino, che dormiva cullato dai flutti. Vide le sue sinapsi, come artigli, cercare di afferrare il ricordo; le sue belle mani affusolate rosse di sangue e materia celebrale, che lanciavano lontano la pietra in un improbabile gesto d’espiazione; gli occhi azzurri che l’avevano fissata l’attimo prima che scagliasse il colpo fatale, in una muta richiesta di aiuto e protezione, mentre la sua anima era troppo sorda per sentire, e la sua voce troppo roca per rassicurare. D’altronde, il mostro era lei. Ravvisò le sue braccia che sollevavano quel corpicino inerte, la sensazione di assoluta leggerezza che aveva provato, le gambe che si muovevano lentamente inoltrandosi fino a dove il fondale digradava verso l’abisso. Udì distintamente il suono delle sirene, le grida della folla, mani che l’afferravano, un panno steso sulla sabbia a coprire un peccato che non poteva sapere di aver commesso, perché nel momento stesso in cui s’immergeva anch’essa nell’acqua, aveva lasciato che la corrente lo portasse via; e quella domanda a bruciapelo
–Dov’è mio figlio?- ripetuta mille volte a chi la fissava con gli occhi sgranati, scuotendo il capo.
-Eva, dove sei? Torna da me.-
Eva era di nuovo nella stanza, eppure in un certo senso non era realmente presente; non più cieca di fronte all’enormità della sua colpa, la sua coscienza agonizzava, sepolta sotto il peso del suo stesso crimine; eppure, anche se dentro di lei si agitava la tempesta, il suo viso rimase impassibile. Mentre la congedava, il dottore le strinse la mano:
-Tranquilla. La prossima seduta andrà meglio.
Il resto, dissero, accadde per una tragica fatalità, mentre l’infermiera la riaccompagnava in camera. Fu terribile. Chi vide la scena in diretta giurò che, se non fosse stato per il corpo che precipitava avvolto da una pioggia di vetri rotti, si sarebbe potuta ipotizzare sicuramente a un’esplosione. Venne aperta un’inchiesta, ma il caso fu archiviato quasi immediatamente. La notizia dell’infanticida/suicida occupò un trafiletto nel giornale locale del giorno dopo. Di lei fu raccontato tutto nei minimi particolari, senza risparmiarne i più truculenti. In fondo, si sa, il dolore altrui paga.
Quello che nessuno avrebbe mai potuto sapere però è che Eva, nell’istante in cui il suo corpo impattava contro l’asfalto, stava sorridendo: la sua mente era rimasta lì, sulla spiaggia, un attimo prima del suo folle gesto. La pietra, liscia e levigata, era ancora tra le sue mani. La scagliò lontano, tra i flutti; poi prese per mano suo figlio e adesso ne era certa, avrebbero camminato per sempre in un tramonto eterno.

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