Silenzio assordante

Fuori concorso

Chissà se potrai aiutarmi Piccolo Fiore…
Sono una principessa, una principessa che non ci sente e che non parla. Mio padre, un uomo senza cuore, che non conosce il sentimento della pietà, mi tiene segregata. Per un reale non è motivo di vanto mostrare ai suoi sudditi una figlia “diversa”. Questo è. Un erede che non può imbonire il popolo con la demagogia delle parole non è degno del sangue blu che gli scorre nelle vene. Mia madre ivece, è morta stroncata da una terribile malattia e sfinita dalle continue angherie di suo marito. A lei non ho mai potuto dire quanto la amavo e a lui non ho mai potuto dire quanto lo detestavo. I miei occhi parlano di odio, non c’è bisogno di usare la voce quando hai sete di vendetta. Le mie mani attraverso i gesti disegnano emozioni oscure. Non ho scelto la gabbia dorata in cui vivo, non ho chiesto a nessuno di venire al mondo, né di vivere qui, nelle segrete di quello che sembra un castello infestato dagli spiriti. Custodisco i miei sogni in un’ampolla di acqua profumata all’anemone nero. Tutti i giorni mi inebrio del suo profumo. Da quassù posso ammirarne una miriade di fiori, ma tu sei speciale, per me sei più bello di tutti gli altri. Sei libero e vivo, ti distingui tra i ciuffi d’erba più alti. I soffioni sembrano scudieri pronti a proteggerti. Ti scrivo perché ne ho bisogno, per rinascere, come fai tu, ogni primavera. Vorrei uscire da questa prigione sottovuoto, ma non mi è permesso. Il mio nome è Sofia e non esiste un’erba miracolosa che possa farmi uscire da qui. La solitudine è sempre in agguato, coglie alla sprovvista e usurpa il tempo. Mentre tu decidi se un giorno mi porterai via di qui, io combatto, con gli attimi, tanto brevi da sembrare aliti, tanto lunghi da sembrare eternità. In questo momento mi sento gracile come lo stelo di un papavero. Anzi se devo essere sincera fino in fondo, tra le mani sento di avere proprio poco, anzi poco più di niente. Mi è rimasto solo il silenzio e un foglio bianco. Non posso sentire volare una mosca, qui, nella mia Torre d’avorio. Nemmeno una nota stonata posso percepire tra queste mura sgretolate. Nell’aria fluttuano solo molecole di impalpabile quiete e l’odore della muffa. Ogni notte rivolgo lo sguardo alla luna. Un po’ si espone, un po’ si eclissa tra le pieghe del cielo. La pace interiore riempie gli occhi di qualcosa di più grande di me. Nella sua essenza più profonda, il silenzio, mette tutto a tacere, anche una parola detta piano, sussurrata di fretta perché non faccia troppo rumore. Piccolo Fiore, al contrario di me tu sei capace, sei caparbio, sei spontaneo; segui la luce del sole da qualunque parte essa provenga, e se il vento ti scompiglia i petali, aspetti rassegnato, come farebbe la vela di una barca in mezzo alla tempesta. Quando piove invece mi somigli. Ti chiudi silente. La mia storia è fatta di emozioni soffocate, di paura di affrontare il mondo. La notte ti scrivo fino a che le stelle non scompaiono inghiottite dall’alba. Anche se nessuno potrà mai vedere la mia lanterna accesa, non importa, io continuerò a scrivere per sentirmi libera, libera proprio come mi sono sentita da questa notte…

Finalmente ho avuto il coraggio di entrare nella sua stanza. Dietro quella porta c’era l’occasione di sciogliere le mie catene. Lui, mio padre, dormiva beato, mi metteva i brividi anche con gli occhi chiusi. Una folata d’aria fredda è arrivata improvvisamente dalla finestra semichiusa. I mobili sembravano fantasmi, ero immobile con il pugnale stretto nella mano destra, tremavo come una foglia e avevo i piedi gelati. Non ero ancora riuscita a richiudere la porta dietro di me. Non so perché non l’ho fatto, non mi sarei potuta accorgere di niente, nemmeno dei passi di uno sconosciuto. Alle mie spalle poteva esserci chiunque, ma ero consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto fermarmi. Non ho avuto neppure la forza di voltarmi, sono rimasta paralizzata alla vista sul suo comodino di una piccola teca di vetro, circondata da una nuvola di polvere. C’era un grosso ragno all’interno, era una vedova nera. Con la freddezza di un assassino ho abbandonato l’idea di sporcarmi con gli schizzi del suo ignobile sangue, dunque ho adagiato per terra il coltello. Mi sono avvicinata sollevando il coperchio di quello che per me era diventato uno scrigno. Subito dopo mi sono tirata indietro, col respiro strozzato e la salivazione azzerata. Quel terribile essere ha iniziato a salire lungo le pareti vetrate e ha proseguito lentamente attaccandosi alla coperta. Camminava lungo il suo braccio. Mancava poco e quell’aracnide velenoso avrebbe fatto giustizia al mio posto. Non ho potuto sentire le urla dell’altro mostro, l’ho soltanto visto rantolare mentre ero accovacciata dietro la sua poltrona preferita. Alla fine ero soddisfatta, anche mia madre lo sarebbe stata. Ho raccolto il pugnale e me ne sono tornata in cima alla torre. Il coraggio da oggi è figlio di quel silenzio assordante che vivo tutti i giorni.
Piccolo Fiore, non serve più che tu venga a prendermi… adesso sono libera, proprio come te.

11 Comments

  • luisa cagnassi

    Un testo coinvolgente, scritto con magistrale disinvoltura, sentito, esprime il tuo animo. Peccato sia fuori concorso. Tutto sommato, che importa? E’ una meraviglia!

    • marina

      Luisa che posso dire se non che ti ringrazio infinitamente per le parole spese. Un abbraccio gigantesco

  • Claudio Oliva

    Le idee di Marina Atzori scorrono sul foglio, riuscendo a descrivere con pacata dolcezza una situazione che nella realtà risulta terribile. Giunge al termine del racconto, quasi fosse casuale, la soluzione del problema: pare che sia quasi il destino a volerla fornire, semplice e rinnegando la violenza che sino ad allora ha dovuto subire la protagonista del racconto. Un magnifico tocco di bacchetta magica quale è la penna della scrittrice.

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